di Giuseppe Gagliano

L’espansione dell’offensiva terrestre israeliana nel sud del Libano segna un passaggio politico e militare di grande rilievo. Non si tratta soltanto di una risposta tattica al fuoco di Hezbollah, ma del tentativo di ridisegnare sul terreno un nuovo equilibrio di sicurezza lungo il confine settentrionale. La scelta di ampliare la cosiddetta zona cuscinetto mostra che il governo israeliano non si accontenta più di colpire infrastrutture e postazioni nemiche: vuole imporre una profondità strategica, sottraendo spazio operativo a Hezbollah e ritardando o impedendo il ritorno dei civili libanesi nelle aree di confine.

Ma è proprio qui che emerge il primo nodo. Una zona cuscinetto non è mai un semplice dispositivo militare. Diventa quasi sempre una forma di occupazione di fatto, con tutti i costi politici, logistici e umani che questo comporta. Israele ritiene di dover mettere in sicurezza il Nord del Paese, ma più avanza in territorio libanese, più trasforma una linea difensiva in un problema permanente.

Dal punto di vista militare, la logica israeliana è comprensibile. Se Hezbollah mantiene capacità missilistiche, droni, squadre anticarro e una presenza radicata nel Sud del Libano, allora la sola deterrenza a distanza non basta. Servono uomini sul terreno, controllo delle alture, interdizione delle vie di rifornimento e distruzione sistematica delle infrastrutture nemiche. Tuttavia la realtà operativa è molto meno lineare. Hezbollah non combatte come un esercito regolare e non ha bisogno di tenere stabilmente ogni villaggio per rivendicare un successo. Gli basta logorare le forze israeliane, colpire i mezzi corazzati, mantenere la pressione missilistica e trasformare ogni avanzata in un consumo continuo di uomini, mezzi e consenso politico.

Le critiche dell’opposizione israeliana non sono casuali. Quando si parla di guerra su più fronti senza mezzi sufficienti, si tocca il cuore del problema strategico di Israele. Gaza, Libano, confronto con l’Iran e necessità di tenere alta la mobilitazione interna: tutto questo crea una tensione crescente sulle risorse militari. Una zona cuscinetto più ampia richiede non solo la conquista iniziale, ma il controllo duraturo, la sorveglianza, il ricambio delle truppe e la capacità di reggere un conflitto di attrito. È qui che il successo tattico rischia di trasformarsi in impasse strategica.

Dal canto suo, Hezbollah appare determinato a evitare uno scontro frontale decisivo e a privilegiare una guerra di usura. Razzi, droni, missili guidati, attacchi contro blindati e truppe sul terreno: il messaggio è chiaro. Il movimento sciita sa di non poter competere con Israele sul piano della superiorità aerea o della massa di fuoco, ma sa anche che può sfruttare il terreno, la popolazione sfollata, la profondità politica del conflitto e la dimensione simbolica della resistenza.

In questo senso, il Sud del Libano può diventare per Israele ciò che altre zone di confine sono state in passato: non una fascia di sicurezza, ma una cintura di vulnerabilità. Più la presenza militare si prolunga, più cresce il rischio che ogni perdita venga percepita dall’opinione pubblica israeliana come il prezzo di una strategia senza sbocco.

Per il Libano, l’offensiva israeliana rappresenta un colpo ulteriore a una sovranità già fragilissima. Il ricorso al Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha soprattutto valore politico e diplomatico, perché sul piano concreto Beirut dispone di margini molto ridotti. Lo Stato libanese non controlla pienamente il Sud, non può contenere Hezbollah e non è in grado di impedire a Israele di imporre con la forza un nuovo assetto di confine. La conseguenza è che il Libano continua a essere il teatro su cui si scaricano rapporti di forza regionali che lo oltrepassano.

La distruzione di ponti, abitazioni e infrastrutture produce inoltre un effetto economico devastante. Intere aree meridionali vengono svuotate, i costi della ricostruzione aumentano, la rete dei trasporti viene compromessa e lo Stato, già in dissesto, vede allontanarsi ulteriormente qualsiasi prospettiva di normalizzazione. In altri termini, la guerra nel Sud del Libano non è solo un conflitto militare: è anche un acceleratore di decomposizione statale.

L’intensificazione degli scontri non può essere letta isolatamente. Il riaccendersi del fronte libanese dopo l’uccisione della guida suprema iraniana inserisce la battaglia in un quadro regionale più vasto. Hezbollah agisce come parte di un asse di pressione che collega Libano, Iran e confronto con Israele e Stati Uniti. Ciò significa che la frontiera settentrionale israeliana non è più soltanto una questione bilaterale con Beirut, ma un segmento della guerra mediorientale in corso.

Ed è qui che il quadro si complica ulteriormente. Se Israele ritiene di dover blindare il Libano meridionale per ridurre la minaccia di Hezbollah, nello stesso tempo corre il rischio di aprire un fronte sempre più oneroso mentre il conflitto con l’Iran resta aperto. In una simile situazione, ogni chilometro conquistato può pesare più come onere che come vantaggio.

Il punto decisivo è proprio questo: quale sarebbe, per Israele, la definizione concreta di vittoria in Libano? Se l’obiettivo è annullare Hezbollah, la storia recente insegna che è un traguardo quasi irraggiungibile. Se l’obiettivo è soltanto allontanare la minaccia dal confine, allora il problema diventa quanto a lungo Israele sia disposto a restare impantanato in una fascia occupata e contestata. Se invece si tratta di ristabilire la deterrenza, allora bisogna capire se la deterrenza si rafforzi davvero con un’avanzata terrestre o non venga invece erosa da un conflitto lungo e costoso.

Per ora, l’impressione è che la zona cuscinetto promessa da Netanyahu abbia il valore di una risposta politica immediata più che di una soluzione strategica compiuta. Sul breve periodo può offrire l’immagine di uno Stato che reagisce e ristabilisce il controllo. Sul medio e lungo periodo, però, rischia di trasformarsi in una linea di attrito permanente, costosa da difendere e impossibile da stabilizzare.

Il sud del Libano si conferma così il luogo in cui la superiorità militare israeliana incontra i limiti della forza. Israele può colpire, avanzare, occupare, distruggere. Ma non può facilmente tradurre questi successi tattici in un ordine politico stabile. Hezbollah, pur pagando un prezzo elevato, può invece continuare a presentare la propria sopravvivenza come una vittoria. E il Libano, come spesso accade, resta il Paese che perde comunque: sovranità, vite umane, infrastrutture, possibilità di futuro.

In definitiva, la zona cuscinetto che Israele vuole allargare potrebbe rivelarsi non una barriera di sicurezza, ma una voragine strategica. Perché in Medio Oriente i confini non si mettono in sicurezza soltanto con i carri armati. Talvolta, più li si militarizza, più diventano instabili.