Libano. Israele intensifica i raid contro Hezbollah: tregua sempre più fragile

di Giuseppe Gagliano

La tregua tra Israele e Hezbollah appare ormai vicina al collasso. Il governo di Benjamin Netanyahu ha deciso di aumentare la pressione militare sul Libano, ordinando nuovi raid contro postazioni del movimento sciita nella Valle della Bekaa e in altre aree strategiche del Paese. L’obiettivo dichiarato è infliggere a Hezbollah un colpo devastante e ridurre la minaccia permanente contro il Nord di Israele.
La nuova offensiva israeliana segna un cambio di livello nello scontro regionale. La Bekaa rappresenta infatti una delle principali retrovie logistiche e operative di Hezbollah, collegata alla Siria e alla rete di rifornimento sostenuta dall’Iran. Colpire quest’area significa andare oltre il semplice contenimento lungo il confine meridionale e puntare direttamente alla profondità strategica del movimento sciita.
L’escalation ha provocato nuove fughe di civili dai sobborghi meridionali di Beirut e da altre zone del Libano meridionale, alimentando il timore che il conflitto possa estendersi fino alla capitale. Il Paese, già devastato da crisi economica, collasso istituzionale e milioni di sfollati, rischia una nuova catastrofe umanitaria.
La tregua entrata in vigore il 16 aprile non ha mai realmente fermato le ostilità. Hezbollah ha continuato a lanciare droni e razzi contro obiettivi israeliani, mentre Israele ha mantenuto attacchi mirati in territorio libanese. Nessuna delle due parti considera infatti chiuso il fronte: Hezbollah vuole preservare il proprio ruolo nell’asse iraniano, Israele intende impedire che il Nord del Paese resti sotto minaccia costante.
Secondo l’analisi strategica, Israele punta a degradare le capacità operative di Hezbollah colpendo depositi, linee di rifornimento, centri di comando e infrastrutture logistiche. Tuttavia, Hezbollah non è un esercito convenzionale ma una struttura politico-militare profondamente radicata nel territorio libanese, capace di disperdere uomini e arsenali. Questo rende difficile una neutralizzazione completa senza una guerra molto più vasta e distruttiva.
Sul piano politico interno, Netanyahu è sottoposto alla pressione crescente della destra radicale israeliana. Ministri come Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir chiedono una linea ancora più dura contro Beirut e Hezbollah, spingendo verso una logica di guerra estesa e di punizione collettiva. Il premier cerca inoltre di preservare piena libertà d’azione militare mentre Washington tenta di mantenere aperti canali negoziali con Teheran.
La crisi libanese si intreccia infatti con i negoziati indiretti tra Stati Uniti e Iran ospitati a Doha. Teheran considera la cessazione degli attacchi israeliani in Libano una condizione fondamentale per qualsiasi accordo regionale. Il fronte libanese diventa così una carta negoziale nella più ampia competizione tra Israele, Iran e Stati Uniti.
Per il Libano le conseguenze economiche rischiano di essere devastanti. Nuovi bombardamenti mettono sotto pressione infrastrutture, reti energetiche, attività commerciali e servizi pubblici già al collasso. Anche Israele sostiene costi elevati per la mobilitazione militare e la protezione delle città settentrionali, ma la sproporzione resta evidente: lo Stato israeliano dispone di istituzioni solide e sostegno americano, mentre Beirut affronta l’escalation con risorse quasi esaurite.
Secondo l’analisi geopolitica, il Libano continua a essere il terreno su cui si confrontano interessi regionali più ampi. Hezbollah agisce come braccio avanzato dell’asse iraniano nel Levante, Israele cerca di spezzare la continuità strategica tra Teheran, Siria e Libano, mentre Washington tenta di evitare che la crisi regionale sfugga completamente di mano.
Il rischio maggiore è quello di una guerra che nessuno riesca più a controllare davvero. Più Israele aumenta la pressione militare, più il Libano si indebolisce; più il Libano si disgrega, più Hezbollah può presentarsi come forza indispensabile. Un circolo vizioso che rischia di trasformare ancora una volta il Paese dei cedri nel principale campo di battaglia delle tensioni mediorientali.