di Giuseppe Gagliano –
Quattro morti, sei feriti, un ospedale distrutto e un edificio del ministero delle Finanze danneggiato. È il bilancio fornito dalle autorità libanesi degli attacchi israeliani del 6 settembre nel Libano meridionale. Israele sostiene di avere colpito depositi di armi e un centro di comando di Hezbollah, mentre Beirut denuncia attacchi contro infrastrutture civili e sanitarie.
Al di là delle versioni contrapposte sugli obiettivi, emerge un elemento strategico più importante: Israele starebbe valutando la creazione di una nuova fascia di sicurezza profonda tra due e quattro chilometri all’interno del territorio libanese. Il progetto, indicato come “linea grigia”, potrebbe consentire una riduzione delle truppe senza comportare la rinuncia al controllo militare dell’area.
L’accordo raggiunto a giugno con la mediazione statunitense avrebbe dovuto favorire una progressiva riduzione delle ostilità e il ritiro israeliano da alcune posizioni. Sul terreno, tuttavia, le operazioni sono proseguite. Gli attacchi hanno raggiunto località situate diversi chilometri oltre il confine e le forze israeliane hanno continuato a operare contro le infrastrutture attribuite a Hezbollah.
Secondo le autorità libanesi, dall’inizio della nuova fase del conflitto migliaia di persone sono state uccise o ferite e un numero molto elevato di abitanti è stato costretto ad abbandonare le proprie case. Le cifre fornite dalle parti devono essere valutate nel contesto di un conflitto nel quale la verifica indipendente rimane difficile, ma la dimensione della distruzione mostra quanto la tregua resti fragile.
Il cessate il fuoco appare quindi incapace di impedire nuove operazioni militari. Beirut viene contemporaneamente chiamata ad aumentare il controllo sul Sud e a limitare le capacità di Hezbollah, mentre Israele rivendica la necessità di conservare libertà d’azione contro qualsiasi minaccia proveniente dal territorio libanese.
Dal punto di vista israeliano, la nuova fascia risponderebbe a una necessità precisa: allontanare Hezbollah dalla frontiera, proteggere le comunità della Galilea e creare una profondità territoriale dalla quale controllare eventuali movimenti verso il confine.
Una riduzione delle forze israeliane non coinciderebbe quindi necessariamente con la fine della presenza militare. Potrebbe invece segnare il passaggio da un dispositivo esteso e costoso a uno più ristretto, fortificato e sostenuto dalla sorveglianza aerea, dai velivoli senza pilota, dall’artiglieria e dall’aviazione.
Le operazioni sulle alture di Ali al-Taher si inseriscono in questa logica. Colpire gallerie, depositi e postazioni permette a Israele di ridurre le capacità di Hezbollah e, contemporaneamente, di controllare alcune delle posizioni dominanti del Libano meridionale.
La strategia presenta però un problema già emerso nella storia recente del Paese. Una fascia di sicurezza può offrire vantaggi tattici immediati, ma una presenza militare israeliana prolungata in territorio libanese rischia di alimentare proprio la resistenza che dovrebbe neutralizzare.
L’occupazione israeliana del Libano meridionale, conclusa nel 2000, contribuì infatti alla crescita politica e militare di Hezbollah. Una nuova presenza potrebbe consentire al movimento sciita di presentare il mantenimento delle proprie armi come necessario per contrastare l’occupazione.
Il governo del presidente Joseph Aoun si trova così davanti a un equilibrio particolarmente difficile. Deve riaffermare l’autorità dello Stato nel Sud, negoziare una riduzione della presenza israeliana e contemporaneamente affrontare il problema dell’apparato militare autonomo di Hezbollah.
Il movimento sciita guarda con diffidenza ai colloqui diretti, temendo che possano trasformare la situazione militare sul terreno in un nuovo assetto politico e accelerare le pressioni per il disarmo. Beirut spera invece di ottenere attraverso la mediazione internazionale un ritiro che le Forze armate libanesi non potrebbero imporre militarmente.
Gli Stati Uniti mantengono un ruolo centrale nel negoziato, ma sono contemporaneamente il principale alleato politico e militare di Israele. Questa duplice posizione alimenta in Libano dubbi sulla capacità americana di esercitare una pressione equivalente sulle due parti.
Il problema fondamentale rimane quello delle garanzie reciproche. Israele non vuole ritirarsi senza la certezza che Hezbollah non ricostruisca le proprie infrastrutture a ridosso del confine. Hezbollah rifiuta invece di rinunciare alle armi mentre territorio libanese rimane sotto controllo israeliano e continuano gli attacchi.
Il risultato è un meccanismo nel quale ciascuna parte utilizza le azioni dell’altra per giustificare le proprie. Israele considera le capacità militari di Hezbollah la ragione per mantenere una fascia di sicurezza; Hezbollah considera la presenza israeliana la ragione per conservare il proprio arsenale.
A pagare il prezzo maggiore è il Libano meridionale. La distruzione di abitazioni, strutture sanitarie, strade, terreni agricoli e attività commerciali aggrava la crisi di un Paese già indebolito da anni di dissesto finanziario e paralisi istituzionale.
Una fascia sottoposta a controllo militare rischierebbe inoltre di diventare economicamente inutilizzabile. L’agricoltura e il commercio locale dipendono dalla possibilità degli abitanti di tornare stabilmente nei villaggi, mentre l’incertezza sulla sicurezza scoraggia investimenti e ricostruzione.
Il costo ricadrebbe in larga parte sullo Stato libanese, sui Paesi donatori, sulle monarchie del Golfo e sulle organizzazioni internazionali, in un momento nel quale Beirut dispone di risorse estremamente limitate.
Anche per Israele esiste un calcolo economico. Una zona militarmente controllata potrebbe facilitare il ritorno degli abitanti evacuati dalle comunità settentrionali e ridurre nel tempo i costi sostenuti per la loro assistenza. Se però la nuova fascia diventasse teatro di una guerra di logoramento, le spese per mobilitazione, difesa antimissile e sicurezza tornerebbero ad aumentare.
La “linea grigia” non risolverebbe quindi il conflitto, ma ne modificherebbe la geografia. Israele otterrebbe maggiore profondità strategica, Hezbollah avrebbe un nuovo argomento per giustificare la propria struttura militare e il governo libanese vedrebbe ulteriormente limitata la propria sovranità.
Il rischio è la nascita di una frontiera mobile determinata più dai rapporti di forza che da un accordo politico stabile. Una fascia di sicurezza può ridurre alcune minacce immediate per Israele, ma senza un’intesa sul ritiro, sul ruolo dell’Esercito libanese e sul futuro delle armi di Hezbollah rischia di diventare semplicemente il nuovo fronte di una guerra destinata a continuare.




