Libano. Israele respinge l’offerta di Beirut: senza controllo su Hezbollah non c’è negoziato

di Giuseppe Gagliano –

L’apertura del Libano a negoziati diretti con Israele si è arenata prima ancora di iniziare. La disponibilità annunciata dal presidente Joseph Aoun a nominare una delegazione e discutere persino una possibile normalizzazione dei rapporti non ha convinto né Israele né gli Stati Uniti. Il motivo è semplice: secondo Tel Aviv e Washington il governo libanese non controlla davvero ciò che accade sul proprio territorio.
Per Israele trattare con Beirut non avrebbe effetti concreti se il potere militare nel sud del Paese resta nelle mani di Hezbollah. Il ministro degli Esteri Gideon Saar ha chiarito che dialogare con il governo libanese non fermerebbe gli attacchi provenienti dal Libano, mentre l’ambasciatore all’ONU Danny Danon ha ribadito che non è possibile negoziare mentre continuano i lanci di razzi verso il nord di Israele.
Il nodo resta la debolezza strutturale dello Stato libanese. Beirut ha formalmente vietato a Hezbollah attività militari, ma non dispone degli strumenti per imporre davvero il monopolio della forza. Il movimento sciita non è solo una milizia armata: è anche un attore politico radicato nella società libanese, con una rete sociale e militare autonoma che rende ogni confronto diretto con lo Stato un rischio di destabilizzazione interna.
Questo equilibrio fragile costringe il Libano a una posizione paradossale: rassicurare l’esterno promettendo il controllo delle armi, senza però arrivare a uno scontro interno che potrebbe trasformarsi in guerra civile. Il risultato è una paralisi politica che rende difficili impegni credibili sul piano internazionale.
Di fronte a questa situazione Israele ha scelto di mantenere la pressione militare invece di aprire un dialogo politico. L’obiettivo strategico è impedire che il sud del Libano resti una base operativa per razzi e droni di Hezbollah. Per questo Tel Aviv insiste affinché l’esercito libanese sequestri armi e smantelli le infrastrutture militari del movimento, richieste che però Beirut fatica a soddisfare.
Anche gli Stati Uniti sembrano considerare la crisi libanese una questione secondaria rispetto allo scontro regionale con Iran. Washington lascia quindi a Israele il compito di gestire la pressione militare, trattando Hezbollah come parte dell’architettura strategica iraniana nel Levante più che come un problema interno libanese.
La debolezza politica del Libano si intreccia inoltre con una crisi economica profonda. Un Paese impoverito e con istituzioni fragili non dispone delle risorse necessarie per riaffermare pienamente la propria sovranità, mentre l’instabilità nel sud continua a bloccare investimenti, ricostruzione e sviluppo delle risorse energetiche offshore.
Il rifiuto israeliano all’offerta di negoziato rivela quindi una sfiducia più ampia: per Tel Aviv il Libano oggi non è un interlocutore capace di garantire la sicurezza. Senza il controllo effettivo delle armi sul proprio territorio, Beirut fatica a presentarsi come uno Stato in grado di assicurare che eventuali accordi vengano rispettati.
Finché questa condizione resterà immutata, la crisi continuerà a essere regolata più dai rapporti di forza sul campo che dai tavoli diplomatici. In Medio Oriente, quando lo Stato non controlla il proprio territorio, la diplomazia lascia spesso spazio alla pressione militare.