di Giuseppe Gagliano

Lo scorso 2 ottobre si sono svolte presso le commissioni parlamentari Esteri e Difesa le audizioni dei ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto sull’impegno italiano nella missione Unifil alla luce dell’aggressione israeliana in Libano. Nonostante l’Unifil (United Nations Interim Force in Lebanon) rappresenti da decenni una presenza simbolica e diplomatica nel sud del Libano, la sua rilevanza operativa sul terreno si è dimostrata assai limitata. Creata nel 1978 per monitorare il ritiro delle forze israeliane e garantire la stabilità nell’area, la missione si è trovata intrappolata tra le complesse dinamiche politiche e militari locali, in particolare tra Israele e Hezbollah. La situazione si è aggravata con l’aumento delle tensioni negli ultimi anni, culminando negli scontri costanti lungo il confine. L’Unifil è divenuta una presenza passiva, il cui ruolo di intermediazione non è riuscito a prevenire i continui attacchi missilistici e le rappresaglie tra le due fazioni, né a garantire una pace duratura nella regione.

L’incapacità di agire concretamente per arginare le violenze, dovuta in parte ai limiti imposti dal mandato e alla neutralità che l’ONU deve mantenere, ha ridotto l’Unifil a una forza di monitoraggio che, di fatto, non può intervenire militarmente senza l’approvazione dei governi coinvolti. La richiesta di Israele di evacuare alcune aree e la decisione dell’Unifil di mantenere la sua presenza non cambiano il quadro strategico, con Hezbollah che continua rappresentare una forza incisiva per quanto asimmetrica, mentre Israele lancia raid aerei e compie operazioni mirate.

Le frequenti violazioni del cessate-il-fuoco da entrambe le parti dimostrano quanto l’Unifil sia inefficace nel suo scopo principale di garantire la sicurezza e la stabilità nel sud del Libano. La capacità di influenzare gli sviluppi sul terreno è minima e la sua funzione rimane prettamente diplomatica, piuttosto che operativa. In conclusione, l’Unifil, nonostante il suo impegno e la presenza di 10mila di caschi blu, non ha la capacità di modificare significativamente le dinamiche di conflitto tra Israele e Hezbollah, rimanendo un attore irrilevante a livello operativo nello scenario complesso e militarizzato del Libano meridionale.

L’Italia è il principale contributore della missione, dopo l’Indonesia, con 1.070 militari (ve ne sono altri 200 a Beirut per una missione bilaterale): il costo dell’impegno italiano è stimato in 150 milioni di euro l’anno.

Fonte: Camera