Libano. La guerra che Israele non vuole più congelare

di Giuseppe Gagliano

Le indiscrezioni raccolte da Reuters confermano ciò che da giorni si poteva intuire osservando i movimenti sul terreno: per Israele il fronte libanese non è più una semplice appendice della guerra contro l’Iran, ma un teatro strategico autonomo destinato a proseguire anche oltre l’eventuale conclusione della campagna aerea contro Teheran. È questo il dato politico e militare più importante. Tel Aviv considera ormai Hezbollah non come un problema da contenere, ma come una minaccia da ridimensionare strutturalmente, forse persino da neutralizzare in modo definitivo lungo tutta la fascia meridionale del Libano.
L’avanzata delle truppe israeliane verso nuove alture nel Sud del Libano, il concentramento di mezzi corazzati lungo il confine, gli ordini di evacuazione estesi in profondità e la pressione costante dell’aviazione indicano che Israele sta costruendo le condizioni per una presenza militare più stabile e più profonda. Non siamo più davanti alla logica delle rappresaglie limitate o dei raid punitivi. Qui si delinea una trasformazione del confine in uno spazio militarizzato permanente, una sorta di zona di sicurezza allargata imposta unilateralmente.
L’idea che Israele voglia continuare le operazioni anche dopo la fine della guerra con l’Iran rivela una gerarchia molto chiara delle priorità. Per lo Stato ebraico, Hezbollah resta la minaccia convenzionale più immediata sul fronte nord. L’esperienza degli ultimi anni ha convinto la leadership israeliana che nessun ritorno alla situazione precedente sia più accettabile. Il principio politico è semplice: nessuna comunità israeliana del nord dovrà più vivere sotto la minaccia quotidiana di razzi, droni e infiltrazioni.
Da questo punto di vista, il Litani torna a essere il riferimento geografico e simbolico di una strategia che ha precedenti storici ben noti. Ma la differenza rispetto al passato è che oggi Israele sembra meno interessato a formule diplomatiche e molto più incline a una soluzione di fatto: controllo militare, evacuazioni civili sul lato libanese, distruzione delle infrastrutture operative di Hezbollah e creazione di una fascia svuotata e controllata. Le parole di Lapid sulla possibile “zona sterile” non sono solo una provocazione politica: riflettono un pensiero che circola apertamente nell’establishment strategico israeliano.
Dal punto di vista operativo, la manovra israeliana ha una sua logica. Hezbollah, pur indebolito dai colpi subiti nel 2024 e dalla perdita di parte della sua leadership, conserva ancora capacità missilistiche, droni, reti logistiche e una forte conoscenza del terreno. Israele sembra dunque voler combinare tre obiettivi: impedire il fuoco sul nord del Paese, sottrarre profondità tattica al movimento sciita e creare una nuova geografia della deterrenza.
Il rischio, però, è evidente. Una campagna prolungata nel Sud del Libano potrebbe trasformarsi in una guerra di attrito. Hezbollah ha già dimostrato in passato di saper sopravvivere alla superiorità tecnologica israeliana grazie a dispersione, adattamento e radicamento territoriale. Un’occupazione, anche parziale, della fascia di confine esporrebbe le forze israeliane a imboscate, droni, ordigni improvvisati e logoramento politico. In altre parole, Israele può conquistare terreno, ma trasformare quel terreno in sicurezza duratura è tutta un’altra questione.
Sul piano geopolitico, la tragedia è che il Libano rischia ancora una volta di essere trattato come teatro sacrificabile di una guerra più grande. Beirut appare troppo debole per impedire a Hezbollah di agire come attore militare autonomo, ma anche troppo fragile per reggere una nuova devastazione su larga scala. Lo Stato libanese, già svuotato da crisi economica, paralisi istituzionale e dipendenza da equilibri esterni, vede restringersi ulteriormente la propria sovranità.
La prospettiva di una presenza israeliana di lungo periodo nel Sud del Libano avrebbe conseguenze enormi. Non soltanto per la sicurezza regionale, ma per gli equilibri interni libanesi. Hezbollah potrebbe uscire militarmente colpito ma politicamente rafforzato nella propria narrativa resistenziale, presentandosi ancora una volta come unica forza capace di opporsi a Israele. Sarebbe il paradosso classico del Levante: l’indebolimento tattico di una milizia può convivere con il suo rafforzamento simbolico.
Il fatto che Israele separi il fronte libanese da quello iraniano è rivelatore di una trasformazione più ampia. Tel Aviv non combatte più soltanto contro un asse regionale diretto da Teheran, ma contro ciascuna delle sue articolazioni territoriali. È una strategia di smontaggio dell’architettura iraniana nel Levante. Prima Gaza, poi il Libano, mentre l’Iran resta il centro politico e simbolico del confronto.
Ma proprio qui emerge il limite di questa impostazione. Come ha osservato parte della stampa israeliana più realista, l’eliminazione di vertici o la distruzione di infrastrutture non produce automaticamente il collasso dell’avversario. Né in Iran né in Libano si vede, almeno per ora, una dissoluzione dell’ordine politico e militare nemico. Hezbollah resta ferito ma attivo. Teheran resta sotto pressione ma non rovesciata. Questo significa che Israele rischia di entrare in una fase lunga, costosa e politicamente usurante.
Una guerra prolungata in Libano avrebbe anche effetti economici significativi. Per Israele significherebbe mantenere mobilitazione, pressione logistica e costi crescenti su un secondo fronte mentre resta aperto lo scontro con l’Iran. Per il Libano, significherebbe invece un ulteriore collasso: infrastrutture distrutte, nuove ondate di sfollati, paralisi commerciale, fuga di capitali e aggravamento di una crisi sociale già estrema.
Dal punto di vista geoeconomico, l’instabilità del fronte libanese pesa sull’intero Mediterraneo orientale. Corridoi energetici, infrastrutture portuali, investimenti offshore e traffici regionali vengono inevitabilmente risucchiati dentro una spirale di rischio che allontana capitali e aumenta il premio geopolitico dell’area. Il Libano, già marginalizzato, rischia di diventare definitivamente una terra di frizione, non di ricostruzione.
Il punto decisivo è che Israele sembra aver scelto la supremazia militare come sostituto di una soluzione politica che non intravede più. Ma la supremazia militare, da sola, non chiude mai davvero il dossier libanese. Può ridurre la minaccia, spostarla più a nord, comprimerla nel tempo. Non può cancellare il contesto politico, confessionale e regionale che ha reso Hezbollah una potenza radicata.
Per questo le operazioni che continueranno dopo la guerra contro l’Iran non annunciano la fine di un conflitto, ma l’inizio di una sua nuova fase. Più stabile nella forma, più ambigua negli obiettivi, più pesante nelle conseguenze. Israele vuole impedire che il nord viva sotto il fuoco. Ma rischia di costruire, sul confine libanese, una nuova normalità di guerra permanente.