Libano. La linea di Parigi, ‘Rafforzare l’esercito per disarmare Hezbollah’

di Giuseppe Gagliano

Il ministro francese Jean-Noël Barrot ha messo nero su bianco la priorità di Parigi: un Libano “forte e sovrano” che detenga il monopolio delle armi. Tradotto: l’esercito libanese deve avere uomini, mezzi e legittimità politica per completare il disarmo di Hezbollah. La dichiarazione, arrivata il 6 febbraio a Beirut, non è un esercizio retorico: è la cornice della conferenza prevista a Parigi il 5 marzo, costruita proprio come piattaforma di sostegno alle Forze Armate Libanesi.
Il punto più delicato è l’idea che l’esercito libanese possa “sostituire” la missione ONU (UNIFIL) quando il mandato scadrà a fine 2026. Il Consiglio di Sicurezza ha deciso di chiudere l’operazione alla fine del 2026 dopo le pressioni di Stati Uniti e Israele. È una svolta enorme: UNIFIL, con tutti i suoi limiti, ha rappresentato per decenni un cuscinetto tra Israele e Libano. Se il cuscinetto sparisce, resta una domanda brutale: chi impedisce che il confine torni a essere una miccia quotidiana? Barrot sostiene che la risposta debba essere lo Stato libanese. Ma lo Stato libanese, in concreto, è un equilibrio fragile di comunità, partiti e poteri paralleli.
Una fonte diplomatica francese parla di “finestra” per progressi grazie all’indebolimento dell’Iran. È una lettura che spiega il tempismo: Parigi prova a inserire il dossier Hezbollah dentro un momento di transizione regionale, mentre Washington e Teheran riprendono canali indiretti e mentre la deterrenza si gioca tra sanzioni, navi e incidenti nel Golfo. L’idea è semplice: se l’ombrello politico-strategico di Teheran vacilla, Hezbollah potrebbe essere più esposto e quindi più “negoziabile”. Ma è anche una scommessa: proprio quando un attore si sente accerchiato, tende a irrigidirsi.
Sul terreno, Barrot rivendica un fatto: l’8 gennaio l’esercito libanese ha annunciato di aver completato la prima fase del piano di disarmo nell’area tra il fiume Litani e il confine israeliano, una fascia di circa 30 chilometri verso sud. La seconda fase dovrebbe riguardare l’area tra Litani e Awali, circa 40 chilometri a sud di Beirut, e andrebbe presentata “nei prossimi giorni” e comunque prima della conferenza parigina. Il problema è politico e pratico insieme: Hezbollah, finora, rifiuta di consegnare le armi a nord del Litani. E senza quel passaggio, il disarmo rischia di restare un’operazione parziale, utile per la diplomazia ma insufficiente per cambiare davvero gli equilibri.
Tel Aviv non sembra convinta dalle affermazioni sul disarmo e continua a colpire con raid che, secondo Israele, rispondono a violazioni del cessate il fuoco. Qui si misura la fragilità dell’accordo del 27 novembre 2024: dopo una guerra iniziata l’8 ottobre 2023 con i lanci di razzi oltre confine da parte di Hezbollah (il giorno dopo l’attacco di Hamas nel sud di Israele), il gruppo è uscito indebolito e decapitato in parte, ma non dissolto. Se Israele percepisce che il disarmo è cosmetico, manterrà la pressione militare; se il Libano prova a forzare la mano internamente, rischia una crisi politica e di sicurezza.
Il passaggio più rivelatore, paradossalmente, arriva da Washington. Il comandante dell’esercito libanese, Rodolphe Haykal, ha incontrato funzionari statunitensi e si è trovato davanti alla domanda secca del senatore Lindsey Graham: Hezbollah è un’organizzazione terroristica? Haykal avrebbe risposto: “No, non nel contesto del Libano”. Graham dice di aver interrotto l’incontro. È un episodio che fotografa il nodo strutturale: per gli Stati Uniti Hezbollah è un soggetto da smantellare; per una parte del Libano Hezbollah è anche un partito con rappresentanza parlamentare e un attore radicato in segmenti della società. Questa ambiguità è il terreno su cui ogni strategia di disarmo inciampa.
Dare “mezzi” alle Forze Armate Libanesi significa addestramento, intelligence, mobilità, logistica, controllo del territorio e soprattutto catena di comando impermeabile alle pressioni politiche interne. Ma significa anche prepararle a un compito che non è solo militare: disarmare Hezbollah vorrebbe dire toccare il cuore del rapporto di forza interno, non solo sequestrare depositi. Senza un patto politico nazionale, l’esercito rischia di trovarsi tra due fuochi: da una parte la pressione esterna (USA, Israele), dall’altra la tenuta interna (equilibri confessionali, rischio di fratture).
Per la Francia, il Libano è insieme dossier storico e prova di credibilità. Se UNIFIL chiude e il Libano regge, Parigi potrà rivendicare un modello: transizione da sicurezza internazionale a sovranità nazionale sostenuta dall’esterno. Se invece il confine si riaccende, l’uscita dell’ONU verrà letta come un vuoto strategico creato e non gestito. E in un Levante già attraversato da competizione tra potenze, qualsiasi vuoto tende a essere riempito: con milizie, con sponsor regionali, con escalation.
Barrot prova così a trasformare il 2026 in un anno di “passaggio di consegne”: meno caschi blu, più Stato libanese. Ma il disarmo di Hezbollah non è un dossier tecnico: è una resa dei conti politica mascherata da riforma della sicurezza. La conferenza di Parigi del 5 marzo dirà se la comunità internazionale è disposta a finanziare davvero questa scommessa e se Beirut è in grado di sostenerne il costo interno.