Libano. La tregua con Israele che non c’è: ancora bombardamenti

di Giuseppe Gagliano –

La tregua entrata in vigore il 27 novembre 2024 avrebbe dovuto congelare il fronte settentrionale di Israele. A distanza di un anno, appare sempre più come una finzione diplomatica. I raid israeliani di ieri nel sud del Libano non sono un incidente, ma l’ennesima conferma di una strategia consolidata: colpire senza aprire formalmente una guerra, mantenendo il conflitto sotto la soglia dell’escalation dichiarata. Colline, valli, aree periferiche: bersagli scelti con attenzione per limitare l’impatto mediatico, non quello politico.
Dal punto di vista strategico, Israele continua a considerare Hezbollah una minaccia esistenziale di lungo periodo. La Forza Radwan, le infrastrutture di addestramento, i siti di lancio e le capacità missilistiche a lunga gittata rappresentano, per Tel Aviv, una linea rossa invalicabile. La superiorità aerea consente a Israele di esercitare una pressione costante, chirurgica, senza pagare un prezzo immediato sul piano militare. È una guerra di logoramento unilaterale, resa possibile da un equilibrio di forze profondamente asimmetrico.
La richiesta israeliana di disarmo di Hezbollah è, nei fatti, irrealistica. Per il movimento sciita, rinunciare all’arsenale significherebbe ammettere una sconfitta strategica e perdere la propria funzione politico-militare interna e regionale. Hezbollah non è solo una milizia: è un attore di potere, radicato nel tessuto sociale libanese e inserito in una rete regionale che ha in Teheran il suo baricentro. Finché Israele continuerà a colpire e a occupare porzioni di territorio libanese, il disarmo resterà una parola vuota.
Beirut paga il prezzo più alto. Formalmente impegnato nel cessate il fuoco, il governo libanese non controlla il Sud del Paese né ha la forza politica e militare per imporre la propria sovranità. La scelta di partecipare ai colloqui di Naqoura, sotto l’ombrello dell’ONU e con la mediazione statunitense e francese, riflette una strategia di necessità, non di convinzione. È un tentativo di guadagnare tempo, evitare una nuova guerra totale, contenere i danni.
I dati delle Nazioni Unite, con oltre cento civili uccisi dopo l’entrata in vigore della tregua, raccontano una realtà che le dichiarazioni ufficiali faticano a coprire. Le accuse di crimini di guerra restano sospese in un limbo giuridico, prive di conseguenze concrete. UNIFIL osserva, documenta, segnala. Ma non decide. Il diritto internazionale, ancora una volta, si ferma davanti alla ragion di sicurezza.
Sul piano geopolitico, il fronte libanese è una leva regionale. Per Israele, serve a contenere l’Iran senza colpirlo direttamente. Per Teheran, Hezbollah resta uno strumento di deterrenza avanzata, non sacrificabile. Gli Stati Uniti, dal canto loro, gestiscono il conflitto più che risolverlo: sostengono Israele, facilitano i meccanismi di dialogo, ma chiariscono che i raid non si fermeranno per il solo fatto che esiste un tavolo negoziale.
Il cessate il fuoco in Libano non è una pausa, ma una cornice. Serve a evitare l’escalation incontrollata, non a costruire la pace. Israele bombarda, Hezbollah incassa e rinvia la risposta, Beirut negozia, l’ONU certifica. È una stabilità apparente, fondata sulla forza e sull’asimmetria, destinata a durare finché nessuno deciderà di rompere l’equilibrio. Ma proprio per questo, resta una tregua che prepara la prossima crisi, non la sua soluzione.