Libano. La tregua fallisce: il sud torna campo di battaglia tra Israele e Hezbollah

di Giuseppe Gagliano –

Il cessate-il-fuoco regge solo sulla carta. Nel sud del Libano i bombardamenti israeliani e i lanci di razzi di Hezbollah confermano che la guerra non si è mai davvero fermata. I raid dell’8 maggio su Toura e Kfar Chouba, vicino a Tiro, hanno causato almeno cinque morti secondo le autorità libanesi, mentre Hezbollah ha risposto colpendo il nord di Israele. Nessuna vittima, ma un segnale politico chiaro: il fronte resta aperto.
Israele continua a colpire postazioni, depositi e comandanti del movimento sciita con l’obiettivo di impedire la ricostruzione della sua capacità militare. Tra gli obiettivi eliminati ci sarebbe anche Ahmed Balout, indicato come comandante della Forza Radwan, l’unità d’élite di Hezbollah specializzata in infiltrazioni e operazioni offensive lungo il confine.
La strategia israeliana punta a indebolire il cuore operativo dell’organizzazione, ma senza riuscire a spezzarne la struttura politico militare. Hezbollah mantiene infatti capacità di comando, lancio di razzi e radicamento sul territorio, continuando a presentarsi come uno dei principali strumenti regionali dell’Iran.
Il Libano resta intrappolato tra due forze che ne limitano la sovranità. Da una parte i raid israeliani, dall’altra il peso di Hezbollah, che dispone di una propria catena militare e di un rapporto diretto con Teheran. Il presidente Joseph Aoun prova a mantenere aperto il canale diplomatico, ma il governo libanese non ha ancora la forza necessaria per controllare pienamente il sud del Paese.
A Washington, il 14 e 15 maggio, è previsto un nuovo round di colloqui tra Israele e Libano. Per la prima volta parteciperanno anche rappresentanti militari, segnale che il confronto riguarda ormai questioni operative: sicurezza del confine, ritiro israeliano e futuro di Hezbollah. Gli Stati Uniti puntano a separare il fronte libanese dal confronto diretto con l’Iran, ma sul terreno i due dossier appaiono sempre più intrecciati.
Secondo Israele, dall’inizio del conflitto sarebbero stati uccisi oltre 1.900 militanti di Hezbollah. Le autorità libanesi parlano invece di quasi 2.700 morti complessivi nel Paese. Il sud del Libano è stato devastato da mesi di bombardamenti, ma Hezbollah non è stato neutralizzato e continua a rappresentare una minaccia attiva per il nord di Israele.
Sul piano economico il Libano rischia il collasso definitivo. Infrastrutture distrutte, sfollati, attività agricole paralizzate e investimenti bloccati aggravano una crisi finanziaria già drammatica. La ricostruzione dipenderà inevitabilmente dagli aiuti internazionali e dalle condizioni politiche imposte da Stati Uniti, Europa e monarchie del Golfo, a partire dal controllo del sud e dal ridimensionamento di Hezbollah.
La posta in gioco va oltre il confine israelo libanese. Per Israele, indebolire Hezbollah significa colpire il principale strumento di deterrenza dell’Iran nel Levante. Per Teheran, mantenere in piedi il movimento sciita è essenziale per dimostrare che la propria rete regionale non è stata spezzata.
Il rischio è che la tregua si trasformi soltanto in una pausa tattica. Israele continua a bombardare per negoziare da una posizione di forza, Hezbollah risponde per non apparire sconfitto e il Libano resta ostaggio di un conflitto regionale che coinvolge direttamente Iran e Stati Uniti.
Nel nuovo Medio Oriente le guerre non finiscono davvero: cambiano forma, intensità e linguaggio. E il Libano meridionale torna ancora una volta a essere il luogo dove si scaricano le tensioni di un’intera regione.