Libano. La tregua resta fragile: Netanyahu lega il ritiro di Israele al disarmo di Hezbollah

di Giuseppe Gagliano –

La visita del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu nel Sud del Libano occupato conferma che Israele non intende ritirare le proprie truppe finché Hezbollah manterrà la propria capacità militare. Il messaggio è rivolto non solo al movimento sciita, ma anche al governo di Beirut, agli Stati Uniti e all’Iran: per Tel Aviv ogni intesa diplomatica resterà subordinata alle esigenze della sicurezza israeliana.
L’accordo raggiunto il 27 giugno con la mediazione di Washington prevede il ritiro israeliano da due aree e il passaggio del controllo all’esercito libanese. Tuttavia resta irrisolta la questione della più ampia zona cuscinetto creata da Israele lungo il confine, il cui futuro non è stato definito. Beirut presenta l’intesa come un primo recupero di sovranità, mentre Israele la considera una misura sperimentale e reversibile, subordinata all’evoluzione della minaccia rappresentata da Hezbollah.
Il movimento sciita ha respinto l’accordo, definendolo una rinuncia alla sovranità nazionale. Per Hezbollah l’intesa rischia di ridurne il peso politico interno e di rafforzare il governo libanese sostenuto dagli Stati Uniti, alimentando nuove tensioni nel fragile equilibrio del Paese.
Dal punto di vista militare, Israele punta a mantenere una fascia di sicurezza per allontanare razzi, missili e infrastrutture di Hezbollah dalle comunità del nord del Paese. Secondo il governo israeliano, il movimento sciita dispone ancora di un consistente arsenale missilistico, circostanza che giustifica, agli occhi di Tel Aviv, il proseguimento delle operazioni e della presenza militare oltre confine. Una strategia che può ridurre il rischio di attacchi nel breve periodo, ma che rischia di alimentare nuove tensioni e favorire future escalation.
Il Libano continua a trovarsi in una posizione estremamente delicata. L’esercito nazionale dovrebbe assumere il controllo delle aree evacuate da Israele, ma resta da verificare se disponga delle risorse e dell’autorità necessarie per impedire una riorganizzazione di Hezbollah. Nel frattempo, Beirut continua a subire le pressioni contrapposte di Washington, che punta a rafforzare le istituzioni statali, e di Teheran, interessata a preservare Hezbollah come principale strumento di deterrenza nei confronti di Israele.
Il conflitto ha inoltre aggravato la crisi economica del Libano. Il Sud del Paese registra vaste distruzioni, centinaia di migliaia di sfollati, attività economiche paralizzate e infrastrutture danneggiate. La ricostruzione rischia di trasformarsi in un nuovo terreno di competizione internazionale, con gli aiuti destinati a diventare uno strumento di influenza politica tra Stati Uniti, Paesi del Golfo, Iran ed Europa.
Il dossier libanese resta infine strettamente legato al confronto tra Israele e Iran. Tel Aviv respinge qualsiasi iniziativa che possa attribuire a Teheran un ruolo nella gestione della sicurezza del confine settentrionale, mentre la Repubblica islamica continua a considerare Hezbollah un elemento fondamentale della propria strategia regionale.
L’intesa raggiunta con la mediazione americana rappresenta quindi una tregua più che una pace. Israele mantiene una presenza militare nel Sud del Libano, Hezbollah conserva il proprio arsenale e il governo di Beirut continua a muoversi tra forti pressioni interne ed esterne. In assenza di una soluzione condivisa sulle questioni della sicurezza e della sovranità, il confine israelo-libanese resta uno dei principali punti di instabilità del Medio Oriente.