di Giuseppe Gagliano –
Il Libano torna a oscillare sull’eterna questione del disarmo di Hezbollah. Le parole di Nabih Berri, presidente del Parlamento e leader del movimento sciita Amal, alleato storico della milizia filo-iraniana, mostrano chiaramente che il processo immaginato dal governo rischia di naufragare prima ancora di iniziare. Berri ha proposto un “dialogo” sul destino delle armi della resistenza, ma nei fatti ha sposato la posizione di Hezbollah: discutere sì, disarmare no. E lo ha fatto alla vigilia della presentazione del piano dell’esercito libanese, voluto e spinto da Washington, che prevede lo smantellamento dell’arsenale entro la fine dell’anno.
Il partito-milizia guidato da Hassan Nasrallah e dal suo vice Naim Qassem è uscito fortemente indebolito dal conflitto con Israele terminato con il cessate il fuoco del novembre 2024. Perdite di uomini, infrastrutture distrutte, capacità militari ridimensionate. Eppure Hezbollah conserva la sua risorsa più importante: il controllo politico e sociale su ampie zone del Libano meridionale e delle comunità sciite del Paese. Per questo, pur ferito, rifiuta di consegnare le armi. Non tanto per il valore militare residuo, quanto perché quelle armi sono ancora lo strumento principale per mantenere influenza politica e deterrenza nei confronti di Israele.
Il governo libanese si trova in una posizione quasi impossibile. Da un lato deve rispondere alle pressioni americane e israeliane, che condizionano persino il ritiro delle truppe israeliane dal sud del Libano al disarmo di Hezbollah. Dall’altro non può ignorare che, senza la componente sciita, nessuna stabilità politica è possibile. La ritirata dei ministri di Amal e Hezbollah dall’ultima sessione di governo è stata un segnale inequivocabile: forzare la mano rischia di paralizzare l’esecutivo e di riportare il Paese a una nuova crisi istituzionale. La Costituzione libanese, con il suo fragile equilibrio settario, diventa così la cornice di un confronto che ha ben poco di legale e molto di geopolitico.
Tel Aviv continua a mantenere forze armate in cinque punti considerati strategici del Libano meridionale, nonostante l’accordo di tregua. È un modo per esercitare pressione costante e per legare il ritiro alla resa delle armi di Hezbollah. La logica è chiara: privare la milizia sciita della capacità di minacciare Israele e al tempo stesso ridurre l’influenza iraniana a Beirut. Ma questo schema è fragile. Perché senza una reale capacità dell’esercito libanese di sostituire Hezbollah sul piano militare, la sicurezza del sud rischia di trasformarsi in un vuoto che Israele potrebbe essere tentato di riempire con nuove incursioni.
Il Libano affronta questa sfida in un quadro economico drammatico. La crisi finanziaria, l’inflazione, il collasso dei servizi pubblici rendono il Paese vulnerabile a ogni scossa politica. Hezbollah, nonostante le difficoltà, continua a supplire con reti di assistenza sociale e servizi paralleli che gli garantiscono consenso popolare. Disarmare la milizia senza un piano credibile di sostituzione economica e sociale significherebbe lasciare intere comunità senza protezione e senza prospettive. E questo alimenterebbe inevitabilmente nuove tensioni interne.
Il confronto sul disarmo va letto anche nella cornice più ampia della competizione regionale. L’Iran non può permettere che Hezbollah, suo principale avamposto nel Levante, venga disarmato su richiesta americana. Israele, dal canto suo, non ha interesse a un Libano forte e stabile che potrebbe fargli concorrenza sul piano energetico, specialmente per l’estrazione offshore nel Mediterraneo. Gli Stati Uniti vedono nella questione un banco di prova per riaffermare la loro influenza in Medio Oriente, mentre l’Europa osserva con crescente preoccupazione, consapevole che un nuovo collasso libanese significherebbe un’ondata migratoria verso il continente.
Il discorso di Berri conferma che il Libano si muove ancora una volta su un terreno minato. Da un lato le pressioni internazionali e la necessità di affermare la sovranità dello Stato. Dall’altro la realtà di un Paese che non ha gli strumenti per imporre il monopolio delle armi e rischia di precipitare in una nuova polarizzazione politica. Il disarmo di Hezbollah non è solo una questione di sicurezza: è la chiave della tenuta del Libano come Stato e come società. Ma senza un compromesso che tenga conto delle forze in campo, rischia di restare un obiettivo illusorio, destinato a produrre più conflitto che stabilità.











