
di Shorsh Surme –
Dall’inizio di marzo 2026 il Libano attraversa una fase estremamente delicata, segnata dall’escalation dello scontro tra Hezbollah e Israele e da tensioni interne che riflettono le profonde divisioni tra le istituzioni statali e il partito sciita. A ciò si aggiungono le ripercussioni regionali legate al ruolo dell’Iran, che amplificano la complessità del quadro politico e della sicurezza.
Dal 2 marzo il confronto tra Hezbollah e Israele è entrato in una fase più intensa, con pesanti scambi di fuoco lungo il confine meridionale. Questa escalation non è isolata dal contesto regionale, ma appare piuttosto come un’estensione di un conflitto più ampio, nel quale i calcoli strategici dell’Iran si intrecciano con le dinamiche di deterrenza israeliane.
Nel frattempo, lo Stato libanese rimane in larga parte spettatore, incapace di esercitare un controllo effettivo sulle decisioni riguardanti la guerra e la pace. Ciò riporta in superficie il problema strutturale del “doppio potere”, con Hezbollah che mantiene un arsenale e una capacità decisionale indipendenti dalle istituzioni statali.
Le tensioni politiche interne si sono acuite, alimentate dalle critiche di diverse forze politiche che considerano la prosecuzione dei combattimenti da parte di Hezbollah una decisione unilaterale, capace di trascinare il Paese in una guerra priva di consenso nazionale.
Le critiche si concentrano principalmente sull’assenza di una decisione ufficiale del governo libanese di entrare in guerra e sul legame del conflitto con un’agenda regionale percepita come funzionale agli interessi iraniani più che a quelli libanesi.
Hezbollah, dal canto suo, sostiene che le proprie azioni rientrino nel quadro della resistenza e della deterrenza contro Israele, ribadendo che il conflitto trascende i confini del Libano e si inserisce in una più ampia dinamica regionale.
L’escalation non può essere separata dal rapporto privilegiato tra Hezbollah e l’Iran, principale sostenitore politico e militare del partito. I critici ritengono che la determinazione di Hezbollah nel proseguire la guerra rifletta un impegno strategico verso l’asse iraniano, soprattutto in una fase di crescente tensione regionale.
Il partito respinge l’idea di essere subordinato a Teheran, sostenendo che le proprie decisioni rispondano esclusivamente agli interessi della resistenza. Tuttavia, questa narrativa non è condivisa da una parte significativa dell’opinione pubblica libanese, dove cresce la preoccupazione che il Paese possa trasformarsi in un campo di battaglia per conflitti combattuti per procura.
Sul piano sociale, l’escalation militare e la divisione politica hanno accentuato la frattura settaria. La retorica polarizzante è tornata a dominare il dibattito pubblico, ampliando il divario tra i sostenitori di Hezbollah, che considerano la guerra necessaria, e gli oppositori, che la giudicano una scelta estremamente rischiosa.
Le conseguenze si riflettono nell’aumento della tensione nei media e nel confronto politico, nella crescente paura e sfiducia tra i diversi gruppi confessionali e nel progressivo arretramento delle priorità economiche e sociali, sostituite dalle preoccupazioni per la sicurezza.
Tutto questo avviene mentre il Libano è già piegato da una grave crisi economica, che accresce la fragilità del tessuto sociale e aumenta il rischio di nuovi disordini.
Il Paese si trova oggi davanti a un bivio pericoloso, con una guerra aperta nel sud, profonde divisioni interne e uno Stato incapace di esercitare pienamente la propria sovranità. Mentre Hezbollah mantiene la propria linea di confronto con Israele, si moltiplicano gli appelli affinché le istituzioni statali tornino a essere l’unica autorità legittimata a decidere in materia di guerra e di pace.
In questo contesto, resta aperto un interrogativo fondamentale: il Libano riuscirà a evitare un conflitto su vasta scala oppure l’intreccio tra fattori interni e regionali lo spingerà verso una nuova escalation e una crescente frammentazione?











