di Giuseppe Gagliano

Nella tarda serata di ieri le forze aeree israeliane hanno lanciato un massiccio bombardamento sulla zona di Hadath, nella periferia meridionale di Beirut, considerata tradizionalmente una roccaforte di Hezbollah.

L’attacco, preceduto da avvisi formali diffusi dall’esercito israeliano, ha scatenato il panico tra i residenti, causando un’imponente ondata di sfollamenti. Israele ha motivato l’operazione richiamandosi alla necessità di tutelare la fragile intesa sancita con la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che, nel novembre scorso, aveva formalizzato la fine della breve guerra con Hezbollah.

Il presidente libanese Joseph Aoun ha reagito con durezza, chiedendo a Stati Uniti e Francia, garanti dell’accordo di cessate-il-fuoco, di intervenire per fermare le operazioni israeliane. In una dichiarazione pubblica, Aoun ha avvertito che “le continue azioni di Israele minano la stabilità regionale, alimentano la tensione e mettono a rischio la sicurezza dell’intera area”.

L’escalation arriva in un momento estremamente delicato. Solo all’inizio di aprile, un altro attacco israeliano aveva colpito la periferia Sud di Beirut, uccidendo quattro persone, tra cui un funzionario di Hezbollah.

Contemporaneamente su altri fronti Israele ha ripreso le operazioni militari contro Gaza, dopo una tregua di due mesi, mentre gli Stati Uniti intensificano i bombardamenti contro le postazioni Houthi nello Yemen.

La crisi esplosa a Beirut Sud riporta al centro dell’attenzione internazionale la questione del disarmo di Hezbollah.

Nei giorni scorsi il presidente Aoun aveva dichiarato, in un’intervista ad al-Araby al-Jadeed, di auspicare che Hezbollah venga disarmato entro la fine dell’anno, con l’integrazione dei suoi membri nell’esercito regolare libanese. Tuttavia, queste dichiarazioni, accolte con favore da Washington e Tel Aviv, si scontrano con la realtà politica interna: Hezbollah ha già respinto ogni ipotesi di disarmo, riaffermando la volontà di mantenere il proprio arsenale in funzione “della resistenza”.

Come sottolineato da David Woods, analista senior per il Libano presso l’International Crisis Group, la posizione di Aoun resta ambigua: se da un lato tenta di allinearsi alle pressioni internazionali, dall’altro è consapevole della complessità dei rapporti di forza interni al Libano, dove Hezbollah continua a rappresentare una potenza politico-militare di primo piano, nonostante le pesanti perdite subite negli ultimi mesi.

Il bombardamento di Hadath si inserisce dunque in uno scenario regionale in ebollizione, dove ogni iniziativa rischia di far deragliare gli sforzi diplomatici.

Israele, forte del sostegno americano, sembra determinato a ridefinire gli equilibri regionali attraverso una pressione crescente sui suoi avversari.

Ma la fragilità del Libano, la persistenza di Hezbollah come attore armato non statale, e il moltiplicarsi delle tensioni a Gaza e nello Yemen, disegnano un quadro nel quale il rischio di un conflitto più esteso è tutt’altro che remoto.