di Guido Keller –
Oltre 860mila persone costrette ad abbandonare le proprie abitazioni durante il conflitto sono rientrate nelle aree di origine in Libano, ma per centinaia di migliaia di famiglie il ritorno non coincide con la fine dell’emergenza. Abitazioni distrutte o danneggiate, servizi essenziali compromessi, ordigni inesplosi e una situazione di sicurezza ancora precaria impediscono infatti di parlare di una vera fase postbellica.
A tracciare il quadro è l’Unhcr, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, attraverso il portavoce Babar Baloch, intervenuto oggi al briefing presso il Palazzo delle Nazioni di Ginevra. Secondo le stime dell’organizzazione, circa 360mila persone rimangono sfollate all’interno del Libano e almeno 22mila continuano a vivere in centri di accoglienza collettivi. Altre sono ospitate da parenti o hanno trovato sistemazioni provvisorie in appartamenti spesso sovraffollati.
La situazione resta particolarmente difficile nel Libano meridionale. Nonostante il cessate il fuoco, nuovi attacchi aerei israeliani durante il fine settimana hanno provocato ulteriori spostamenti della popolazione, con centinaia di famiglie che si sono dirette verso nord alla ricerca di aree più sicure. I bombardamenti, le attività militari, le limitazioni agli spostamenti e la presenza di ordigni esplosivi residuati del conflitto continuano inoltre a interessare il sud del paese e alcune aree della Valle della Bekaa.
Al culmine delle ostilità oltre un milione di persone erano sfollate all’interno del Libano. Una parte consistente è successivamente tornata verso le località di provenienza, ma l’Unhcr sottolinea come la definizione stessa di “rientro” debba essere utilizzata con cautela. Numerose famiglie, infatti, si sono semplicemente trasferite nelle vicinanze delle proprie città o dei propri villaggi, senza poter tornare effettivamente nelle abitazioni distrutte o gravemente danneggiate.
Molti sfollati continuano quindi a vivere in alloggi in affitto, presso altre famiglie o in strutture temporanee, in attesa della rimozione delle macerie, della ricostruzione delle case e del ripristino dell’acqua, dell’elettricità e dell’assistenza sanitaria. Altri compiono visite periodiche nelle zone di provenienza per verificare se esistano le condizioni per un rientro stabile. Il risultato è una crescente sovrapposizione tra la condizione di sfollato e quella di persona formalmente rientrata.
L’avvicinarsi dell’inizio dell’anno scolastico rischia di aggravare ulteriormente il problema. Molti centri di accoglienza sono stati allestiti all’interno delle scuole pubbliche e devono ora essere progressivamente chiusi o accorpati per consentire la ripresa delle lezioni. Le amministrazioni locali delle zone maggiormente colpite chiedono quindi soluzioni abitative temporanee che permettano alle famiglie di restare vicino alle comunità di origine senza essere costrette a un nuovo spostamento.
Particolarmente pesanti sono i danni alle infrastrutture. Abitazioni, reti elettriche e idriche, scuole, strutture sanitarie, terreni agricoli e infrastrutture comunitarie hanno subito conseguenze che rendono difficile una rapida normalizzazione. Secondo le stime riportate dall’Unhcr, oltre 700mila persone risultano interessate dai danni alle infrastrutture idriche in alcune aree del Libano meridionale.
Il governo libanese ha predisposto un Quadro nazionale per il ritorno, la ripresa precoce e il ripristino dei servizi essenziali, che prevede la bonifica degli ordigni inesplosi, la rimozione delle macerie, la riparazione delle infrastrutture, la riabilitazione delle abitazioni e gli interventi di ricostruzione. Parallelamente, le organizzazioni umanitarie, tra cui l’Unhcr, continuano a fornire protezione, assistenza abitativa e finanziaria, sostegno psicosociale e altri servizi alle popolazioni coinvolte.
A rendere più difficile la risposta umanitaria è tuttavia la carenza di fondi. L’Appello lampo interagenzie per il Libano, rivisto a 639,9 milioni di dollari, risulta finanziato soltanto per il 48 per cento. Di questa cifra, circa 94,2 milioni sono destinati agli interventi di emergenza dell’Unhcr. Ancora più marcato è il divario relativo alle operazioni complessive dell’Agenzia nel paese: per il 2026 il fabbisogno è indicato in 472,3 milioni di dollari, ma i finanziamenti disponibili coprono appena il 24 per cento delle necessità.
Per l’Unhcr, dunque, il ritorno di centinaia di migliaia di persone non deve essere interpretato come la conclusione della crisi. Il Libano continua a trovarsi di fronte a uno sfollamento interno di grandi dimensioni e a una situazione di sicurezza instabile. Senza risorse sufficienti per ricostruire le abitazioni, ripristinare i servizi, rimuovere le macerie e sostenere la ripresa economica delle comunità colpite, il rientro rischia di rimanere per molte famiglie soltanto geografico e non trasformarsi in un effettivo ritorno a condizioni di vita stabili.




