di Giuseppe Gagliano –
Il governo libanese ha deciso di affidare all’esercito nazionale il compito di elaborare, entro la fine dell’anno, un piano per il controllo delle armi detenute da gruppi armati fuori dall’autorità statale. L’iniziativa, accolta con riserva da Hezbollah, si inserisce in un contesto altamente instabile, in cui la tregua siglata a novembre con Israele si sta rapidamente svuotando di significato. Tel Aviv continua a colpire il territorio libanese quasi quotidianamente, giustificando le incursioni con il presunto obiettivo di colpire le infrastrutture militari del movimento sciita. Intanto, mantiene il controllo di alcune alture nel sud del Paese, sfidando la sovranità di Beirut e alimentando una tensione permanente.
Il piano dell’esecutivo libanese, discusso il 5 agosto nel palazzo presidenziale di Baabda alla presenza del presidente Joseph Aoun e del primo ministro Nawaf Salam, nasce da una crescente pressione statunitense. Washington vorrebbe imporre al Libano una tabella di marcia per il disarmo di Hezbollah, offrendo in cambio una presunta fine delle aggressioni israeliane. Ma le richieste americane, come segnalato da fonti interne al governo, non sono accompagnate da garanzie vincolanti circa il rispetto, da parte di Israele, del cessate il fuoco. È qui che si spezza l’asse diplomatico: Hezbollah non è disposto a cedere senza nulla in cambio, e lo ha detto chiaramente.
Hezbollah non è un attore armato tra tanti. È l’unica formazione ad aver conservato le proprie armi dopo la fine della guerra civile (1975-1990), giustificando la sua esistenza come forza di “resistenza” contro l’occupazione israeliana del sud del Libano, terminata solo nel 2000. Negli anni, il movimento è diventato parte integrante del sistema politico nazionale, ma ha mantenuto una struttura paramilitare autonoma e sofisticata, profondamente radicata nella società sciita del Paese. Disarmarlo senza affrontare le radici del conflitto con Israele — ricostruzione, prigionieri, alture contese — rischierebbe di generare un vuoto di sicurezza più che una stabilizzazione.
Il presidente Aoun ha dichiarato che il Libano intende rimuovere tutte le armi al di fuori del controllo statale, inclusa quelle di Hezbollah, come parte di uno sforzo per evitare il collasso del Paese e ottenere sostegno internazionale. Tuttavia, l’intera operazione si muove su un terreno costituzionale incerto. Né il presidente né il governo hanno un mandato elettorale specifico per ridefinire la politica di difesa nazionale. Gli accordi di Taif, che sancirono il fine della guerra civile e gettarono le basi per una redistribuzione del potere settario, non furono mai ratificati con un referendum popolare. La loro applicazione, inoltre, è rimasta incompleta e ambigua proprio sul tema del disarmo.
Per tentare di contenere la pressione americana, il presidente del Parlamento, Nabih Berri, storico alleato di Hezbollah, ha proposto una formula ambigua per impegnare il Paese a definire una strategia di difesa nazionale, senza nominare esplicitamente il disarmo. Un modo per guadagnare tempo, evitare rotture e impedire lo scontro diretto con gli Stati Uniti. Ma il governo è diviso: altri ministri, come Kamal Shehadi del partito delle Forze Libanesi, chiedono invece che il Libano si impegni con una scadenza precisa a disarmare Hezbollah. Una frattura politica profonda che riflette la polarizzazione della società libanese, stretta tra chi teme il predominio militare del movimento sciita e chi vede in esso l’unico argine all’aggressione israeliana.
Questo scontro interno non è solo una vicenda nazionale. Si inserisce in una partita più ampia che vede gli Stati Uniti impegnati a ristrutturare il Medio Oriente dopo l’era delle primavere arabe e dei fallimenti in Iraq e Afghanistan. Washington vuole un Libano “normalizzato”, funzionale alla sicurezza israeliana e all’isolamento dell’Iran. Ma la realtà sul terreno è ben diversa: Hezbollah resta un attore armato, politico e sociale con radici profonde, sostenuto da Teheran e parte di una rete regionale che include Siria, Iraq e Yemen. Disarmarlo senza destabilizzare l’equilibrio interno libanese e la sua funzione deterrente è un’impresa che né la diplomazia né la forza possono risolvere da sole.
Sul piano economico, il Libano continua a vivere una crisi senza precedenti: default del debito, inflazione a tre cifre, servizi pubblici paralizzati, una diaspora che sostiene il Paese con le rimesse ma che guarda con crescente disillusione alla politica interna. Il disarmo di Hezbollah, al di là delle implicazioni strategiche, rischia di trasformarsi in una nuova miccia per la destabilizzazione. Senza una visione chiara per lo sviluppo economico, l’integrazione regionale e la giustizia sociale, ogni tentativo di ridurre l’influenza delle milizie si infrangerà contro le pareti di una società frammentata e stremata.




