Libano, tregua fragile tra Israele e Hezbollah: Aoun rilancia lo Stato ma la sovranità resta sotto pressione

di Giuseppe Gagliano –

Il Libano prova a ripartire dopo il cessate il fuoco di dieci giorni con Israele, ma la pausa nei combattimenti non segna la fine del conflitto. Il presidente Joseph Aoun rivendica la volontà di restituire piena sovranità al Paese e di sottrarlo al ruolo di campo di battaglia per interessi esterni. Tuttavia, la distanza tra le dichiarazioni e la realtà resta ampia in un sistema politico fragile e fortemente condizionato dagli equilibri regionali.
La tregua rappresenta un passaggio temporaneo e precario, più vicino a una sospensione delle ostilità che a una soluzione duratura. Il Libano si muove infatti sotto la pressione degli Stati Uniti, con Israele ancora militarmente presente nel Sud e con Hezbollah che continua a esercitare un ruolo centrale sostenuto dall’Iran. In questo contesto, Beirut tenta di trasformare la pausa militare in un’opportunità politica, ma i margini di manovra restano limitati.
L’intesa evidenzia un rapporto di forza sbilanciato: al Libano viene chiesto di rafforzare il controllo statale sull’intero territorio, mentre Israele mantiene la possibilità di intervenire unilateralmente per motivi di sicurezza. Più che una pace, emerge una forma di sorveglianza strategica che vincola le scelte libanesi e mette in discussione la sua effettiva autonomia.
Il nodo centrale resta il Sud del Paese, dove l’assenza di un ritiro israeliano rende la tregua incompleta. La presenza militare e la possibile creazione di una zona cuscinetto incidono non solo sul piano strategico, ma anche su quello economico e sociale, con territori devastati, popolazioni sfollate e attività produttive compromesse. In queste condizioni, diventa difficile per il governo presentare la tregua come un successo politico.
Hezbollah rimane l’attore decisivo. Il movimento non viene smantellato né escluso dagli equilibri interni e continua a considerare il proprio arsenale come garanzia contro Israele. Allo stesso tempo, una parte del Paese lo vede come il principale ostacolo alla piena ricostruzione dello Stato. Disarmarlo senza provocare una crisi interna appare oggi fuori dalla portata delle istituzioni libanesi.
Anche sul piano internazionale la tregua riflette tensioni più ampie. In Israele, l’accordo viene percepito da alcuni come il risultato di pressioni statunitensi, alimentando divisioni politiche interne. Il rapporto con Washington emerge come un fattore decisivo non solo sul piano militare, ma anche su quello politico.
Per il Libano, le conseguenze economiche restano pesanti. La tregua può rallentare la crisi ma non risolve il collasso finanziario in corso. La ricostruzione dipenderà dagli aiuti esterni, che però saranno legati a condizioni politiche stringenti, tra cui il rafforzamento delle istituzioni statali e il contenimento di Hezbollah. Il Paese rischia così una nuova forma di dipendenza, sospeso tra il sostegno occidentale e i legami con l’asse iraniano.
La tregua appare quindi come una pausa tattica in un confronto regionale più ampio. Il Libano tenta di riaffermarsi come Stato sovrano, ma resta inserito in una rete di pressioni che ne limita l’autonomia. Senza un cambiamento degli equilibri sul terreno e senza un accordo politico più solido, il cessate il fuoco difficilmente potrà trasformarsi in una pace duratura.