di Shorsh Surme –

Dall’inizio del suo secondo mandato, l’amministrazione Trump ha avanzato una serie di iniziative di politica estera controverse: dalla proposta di una “Riviera di Gaza” al tentativo di separare la Groenlandia dalla Danimarca, fino all’appello alla neutralità dell’Ucraina e alla cosiddetta “nazizzazione” dell’India. Tra queste, una delle più delicate è la proposta di schierare l’esercito siriano, sotto il nuovo regime guidato da Ahmad al-Sharaa, in Libano per contrastare Hezbollah, il principale alleato dell’Iran nella regione.

Secondo quanto annunciato da Trump il 16 giugno, il modo “più efficace” per affrontare Hezbollah sarebbe proprio affidare alla Siria il compito di colpire il movimento sciita, fino ad “attaccarlo ed eliminarlo”. Una dichiarazione che ha rappresentato la prima conferma ufficiale di un’ipotesi circolata per mesi, ma sempre negata da Washington. Tom Barrack, inviato speciale degli Stati Uniti, ha definito l’affermazione “inesatta e scorretta”.

La reazione degli alleati di Washington in Libano è stata immediata. Affidare alla Siria il compito di colpire Hezbollah significa ignorare una storia lunga e complessa. Per decenni, Damasco ha esercitato una forte influenza sul Libano e, dal 1991 al 2005, l’esercito siriano ha mantenuto una presenza militare nel Paese, durante la quale migliaia di dissidenti sono scomparsi. Il ritiro delle truppe siriane avvenne nel 2005, dopo le grandi proteste popolari seguite all’assassinio dell’ex primo ministro Rafik Hariri.

Secondo David Schenker, ricercatore statunitense ed ex responsabile per il Medio Oriente durante il primo mandato di Trump, un ritorno dell’esercito siriano in Libano sarebbe destabilizzante e contrario agli interessi americani.

Hezbollah, sostenuto dall’Iran, ha espresso preoccupazione, forse persino timore, per la possibilità di un intervento siriano. Il movimento sciita teme che un simile scenario possa innescare una guerra tra sunniti e sciiti in Libano, soprattutto alla luce del ruolo svolto dal gruppo a fianco del regime di Bashar al-Assad durante la guerra civile siriana, con il sostegno iraniano.

Hezbollah diffonde queste informazioni anche per alimentare i timori all’interno della propria comunità, ma è consapevole che una “nuova Siria” potrebbe rappresentare una minaccia reale.

Nonostante le dichiarazioni di Trump, il governo siriano non appare disposto a intraprendere un’operazione militare in Libano. Damasco è ancora impegnata nel consolidamento interno del nuovo sistema politico e difficilmente potrebbe permettersi di distogliere forze necessarie alla sicurezza del proprio territorio. Un intervento in Libano comprometterebbe inoltre la capacità del governo di mantenere le promesse fatte alla popolazione siriana, già duramente provata da anni di guerra.

Schenker cita la proposta di Trump come esempio di una politica statunitense che, se attuata, potrebbe danneggiare gli stessi interessi americani. Secondo questa interpretazione, la medesima logica può essere applicata ad altre iniziative dell’amministrazione, come la guerra contro l’Iran, che ha già prodotto effetti destabilizzanti nella regione.