di Giuseppe Gagliano

Quando Abdel Fattah al-Sisi incontra Khalifa Haftar al Cairo, non si tratta mai di un semplice scambio di cortesie. È una seduta strategica sul futuro del Nord Africa, in cui il presidente egiziano e il comandante dell’Esercito nazionale libico discutono non solo della crisi libica, ma anche della guerra civile in Sudan, che rischia di trasformarsi in un nuovo epicentro di instabilità regionale. L’Egitto, che considera la Libia orientale un’estensione della propria profondità strategica e il Sudan un pilastro della sicurezza nazionale, sta cercando di ricucire un quadro regionale ormai sfilacciato.

Il vertice avviene in un momento in cui le divisioni in Libia restano profonde. Due governi rivali, milizie che rispondono a logiche autonome, interferenze straniere mai del tutto sradicate e le ambizioni di Haftar, che continua a presentarsi come garante della stabilità nell’est del Paese. Per l’Egitto, sostenere Haftar significa impedire che la Libia diventi un arco di instabilità che potrebbe travolgere il confine occidentale. Non a caso al-Sisi ribadisce la necessità di espellere mercenari e forze straniere dal territorio libico: un messaggio indirizzato sia ai Paesi del Golfo sia alle potenze regionali che, negli ultimi dieci anni, hanno trattato la Libia come un terreno di competizione geopolitica.

Egitto e Libia orientale condividono un obiettivo: evitare che la frammentazione interna sfoci in un vuoto di potere incontrollabile. Per il Cairo, Haftar rappresenta una diga contro l’espansione delle milizie islamiste e contro qualsiasi progetto politico che possa indebolire il peso dell’Egitto nella regione. Da qui il sostegno alle elezioni simultanee, considerate l’unico modo per forzare le fazioni a una legittimità condivisa. Ma si tratta di una prospettiva che, tra Tripoli e Bengasi, non trova ancora un accordo reale. E che rischia di restare intrappolata nelle manovre di poteri locali e sponsor stranieri.

Haftar, dal canto suo, elogia il ruolo egiziano. Una gratitudine che ha un valore politico: senza il sostegno del Cairo, la sua capacità di controllo territoriale e di influenza militare sarebbe molto più fragile. Eppure, dietro i sorrisi diplomatici, le divergenze non mancano, soprattutto sul dossier sudanese.

Il Sudan è diventato il nuovo buco nero della geopolitica africana. Lo scontro tra l’esercito regolare e le Forze di supporto rapido ha prodotto migliaia di morti e milioni di sfollati, alimentando un flusso di instabilità che si riversa sui Paesi vicini. L’Egitto sostiene apertamente le Forze Armate Sudanesi, vedendo in esse l’unico argine al caos e alla nascita di un’entità politica ostile sul proprio confine meridionale. La Libia orientale, invece, viene accusata di chiudere un occhio, o addirittura di facilitare, i movimenti delle RSF, che avrebbero utilizzato la frontiera libico-sudanese come retrovia logistica.

Qui si gioca una partita delicata. Al-Sisi teme che un’eccessiva vicinanza tra Haftar e i paramilitari sudanesi possa rafforzare un attore regionale che rappresenta una minaccia diretta alla sicurezza egiziana. La rivelazione che armi provenienti dagli Emirati Arabi Uniti siano transitate dalla Libia orientale verso le RSF ha messo il Cairo in allarme, spingendo la sua diplomazia a intervenire dietro le quinte per evitare un deterioramento irreversibile.

La crisi sudanese costringe l’Egitto a un difficile esercizio di equilibrio. Da un lato, deve preservare la relazione con Haftar, indispensabile per contenere le minacce provenienti dalla Libia. Dall’altro, deve impedire che la Libia orientale diventi un canale di rifornimento per le RSF, che rappresentano un pericolo strategico per la stabilità del Sudan e, di riflesso, per quella egiziana.

In questo contesto, il ruolo degli Emirati Arabi Uniti, principali finanziatori delle RSF, aggiunge un ulteriore livello di complessità. Gli Emirati sono alleati fondamentali sia dell’Egitto sia di Haftar. Ma se il loro sostegno ai paramilitari sudanesi dovesse consolidarsi, il Cairo potrebbe trovarsi costretto a un difficile confronto con Abu Dhabi, uno scenario che al-Sisi vuole evitare a tutti i costi.

L’incontro tra al-Sisi e Haftar è l’ennesima testimonianza di come il Nord Africa viva una fase di transizione incerta, segnata dalla sovrapposizione di conflitti, crisi politiche e rivalità regionali. La Libia continua a essere un Paese sospeso tra due governi e decine di milizie; il Sudan rischia di frantumarsi definitivamente; e l’Egitto, stretto tra crisi economica e pressione geografica, prova a mantenere il controllo di un territorio strategico che va dal Mediterraneo meridionale al Nilo.

La stabilità di quest’area non riguarda solo la regione. Da qui passano flussi migratori, rotte energetiche, interessi militari occidentali e calcoli delle potenze del Golfo. Ogni movimento diplomatico, ogni sostegno militare, ogni interferenza straniera viene ingrandita da un contesto in cui le istituzioni sono deboli e le fratture etniche e politiche profonde.

Il Cairo sa che la crisi sudanese può diventare un detonatore regionale, capace di coinvolgere Libia, Ciad, Etiopia e persino gli Emirati. E sa anche che la sopravvivenza politica di Haftar passa dalla sua capacità di non compromettere gli interessi egiziani. Per questo al-Sisi ha scelto il dialogo diretto: per ricordare all’alleato libico che la cooperazione è un pilastro, ma non un assegno in bianco.

In un Nord Africa sempre più frammentato, il vero problema è che ogni attore regionale ha un’agenda diversa e nessuno ha la forza per imporre un ordine stabile. Così, anche quando Egitto e Libia cercano un’intesa, dietro ogni passo avanti si nasconde.