di Giuseppe Gagliano –
La proposta lanciata dal premier del Governo di Unità Nazionale (GNU) libico, Abdelhamid Dbeibah, di una partnership economica con gli Stati Uniti del valore di 70 miliardi di dollari, appare come il tentativo disperato di un leader in cerca di legittimazione. Mentre Tripoli è ancora segnata da violenze intermittenti, fazioni armate e istituzioni fragili, l’idea di attrarre capitali americani con una promessa così ambiziosa risuona più come una mossa di comunicazione che come un reale progetto di investimento.
Per Washington un’offerta del genere, per quanto attraente sulla carta, presenta troppe incognite. Primo fra tutti, il problema della continuità politica: Dbeibah non ha alcuna garanzia di restare al potere, né di poter attuare programmi infrastrutturali su scala nazionale in un Paese ancora frammentato. Il rinnovato travel ban per i cittadini libici deciso dall’amministrazione Trump è il segnale di una diffidenza profonda, più forte di qualsiasi discorso economico.
L’elenco delle promesse illustrate dal GNU – energia, minerali, comunicazioni, elettricità – è lo stesso che la Libia agita da oltre un decennio nel tentativo di rilanciarsi come hub regionale. Ma la realtà sul terreno racconta un’altra storia: la produzione petrolifera è altalenante, i giacimenti offshore richiedono una stabilità che non esiste, e l’accesso alle aree orientali è di fatto bloccato dal controllo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) di Khalifa Haftar.
In questo contesto, parlare di trasparenza e di rendimenti sostenibili è utopico. Non a caso, la visita di Massad Boulos, consigliere speciale del presidente Trump per il Medio Oriente e l’Africa, è stata pensata su due fronti: Tripoli e Bengasi. A riprova che gli Stati Uniti, più che sposare una parte, puntano a mantenere un canale aperto con entrambi i poli di potere, in un equilibrio instabile in cui il vero obiettivo resta evitare una nuova guerra civile.
Il grande assente che tutti evocano è la Russia. La crescente influenza russa nella Libia orientale – consolidata attraverso Haftar e le sue relazioni con il Cremlino – rappresenta un elemento di forte preoccupazione per Washington. In questo quadro, l’offerta economica di Dbeibah può essere letta anche come un tentativo preventivo di contrastare la penetrazione russa, offrendo agli USA uno “spazio amico” nella Libia occidentale.
Ma le alleanze libiche sono fluide, e i cambi di fronte non sono mai esclusi. La Russia ha investito sul lungo periodo, anche con strumenti non convenzionali – contractor, operazioni ibride, sostegno indiretto. Gli Stati Uniti, dal canto loro, sembrano ancora incerti sulla strategia da adottare. Boulos non ha portato piani precisi, ma solo aperture. Il che riflette un atteggiamento tattico: evitare il collasso, contenere l’influenza russa, guadagnare tempo.
Tripoli resta una città sotto pressione. Scontri armati, lotte tra milizie e assenza di un vero monopolio della forza rendono difficile ogni previsione. Il mancato avanzamento del processo elettorale è la conferma di una paralisi istituzionale. Senza elezioni, senza un’autorità riconosciuta da tutto il Paese, parlare di investimenti strategici è rischioso tanto per chi propone quanto per chi accetta.
A livello economico, la Libia resta un Paese con enormi potenzialità, ma intrappolato in una spirale di insicurezza, corruzione e dipendenza esterna. Gli investitori americani, sempre attenti al rapporto rischio/rendimento, guarderanno con scetticismo una proposta che, pur inquadrata in un linguaggio business-friendly, poggia su fondamenta fragili.
La mossa di Dbeibah, pur azzardata, ha il merito di sollevare una questione cruciale: quale ruolo vogliono davvero giocare gli Stati Uniti in Libia? Dopo anni di approccio intermittente, Washington sembra voler riattivare il dossier nordafricano, anche per contrastare le mosse di Mosca e Pechino. Ma la strategia americana resta difensiva, più orientata alla gestione del rischio che alla costruzione di un vero partenariato.
La Libia intanto continua a essere un campo di battaglia tra interessi locali e rivalità globali. E finché non si definirà un quadro politico stabile, nessuna cifra, nemmeno 70 miliardi, potrà trasformare un Paese diviso in una piattaforma credibile per la cooperazione internazionale.




