di Giuseppe Gagliano –
La USS Mount Whitney, nave ammiraglia della Sesta Flotta statunitense, è riemersa nel panorama geopolitico del Mediterraneo come simbolo di una strategia americana che torna a interessarsi apertamente della Libia. Una visita di due giorni, tra Tripoli e Bengasi, precede di poche ore l’inizio delle esercitazioni African Lion 25, manovre militari multinazionali coordinate dal Pentagono. Dietro l’apparente routine diplomatica, si cela una precisa volontà strategica: riequilibrare il peso americano in Africa e inviare un messaggio diretto alla Russia.
La composizione della delegazione, con l’inviato speciale Richard Norland, un viceammiraglio, e l’incaricato d’affari dell’ambasciata USA, segnala un’escalation dell’impegno statunitense non solo militare, ma politico. Le tappe a Tripoli e Bengasi non sono casuali: a Ovest, colloqui con esponenti civili e militari del governo riconosciuto; a Est, solo vertici con le forze legate al generale Khalifa Haftar. Segno che Washington continua a muoversi su due binari, riconoscendo formalmente il governo Dbeibah ma mantenendo aperti canali con il potere militare parallelo.
Non è solo diplomazia. Gli Stati Uniti, stando alle dichiarazioni di Ramadan al-Nafati, inviano segnali multipli: da un lato sostengono l’unità del Paese e la cooperazione nel contrasto al terrorismo e al traffico di esseri umani; dall’altro, rivendicano un ruolo da protagonisti nel futuro energetico della Libia. La citazione del 70% delle riserve di gas e petrolio ancora inutilizzate non è un dettaglio retorico, ma un promemoria per investitori e rivali.
L’elemento più inquietante è però la cornice geopolitica della visita. L’ex consigliere libico Abdelkafi parla esplicitamente di una “risposta diretta” alla militarizzazione russa della Libia, dove Wagner ha lasciato il posto a una più istituzionalizzata “Legione russa”, oggi presente nel Sud-Est. Mosca, nel mirino della NATO anche per il teatro ucraino, consolida basi nel Mediterraneo centrale, tentando di agganciare Tobruk come sbocco navale. La USS Mount Whitney, in questo scenario, non è una cortesia: è una minaccia.
In gioco non c’è solo la stabilità libica, ma l’equilibrio strategico dell’intero Mediterraneo. L’Operazione Irini dell’UE è stata appena prolungata fino al 2027, ma da sola non basta. L’Atlantismo ha bisogno di mostrare i muscoli, in un’area dove si intrecciano interessi africani, russi, cinesi e turchi. Non a caso, secondo alcuni analisti, il viaggio della delegazione USA si lega anche al colpo di Stato in Niger e al ridimensionamento della presenza francese e americana nel Sahel. Tripoli potrebbe diventare la nuova retrovia di operazioni africane.
E poi c’è Haftar. Figura ambigua, accogliente con i russi quanto con gli americani, interprete perfetto della logica di chi cavalca la multipolarità come leva di potere personale. Suo figlio, Khaled, è oggi interlocutore di Mosca e Washington. Una danza che riflette perfettamente l’instabilità libica: priva di un’identità unificata, esposta a ogni forma di influenza esterna, sempre più simile a un territorio aperto alla negoziazione tra potenze.
Washington con questa visita non cerca solo cooperazione. Cerca di ribadire una primazia. Ma la Libia, oggi, è troppo frammentata per offrire garanzie. E troppo strategica per essere lasciata agli altri.




