Libia. Gli Usa spingono il patto Dbeibah-Haftar: il petrolio guida la nuova partita nel Mediterraneo

di Giuseppe Gagliano –

La Libia torna al centro della strategia mediterranea degli Stati Uniti, ma non attraverso elezioni o processi democratici. Washington punta invece a una stabilizzazione pragmatica del Paese basata su un accordo tra le due famiglie che oggi controllano il potere: i Dbeibah a Ovest e gli Haftar a Est. L’obiettivo è rendere la Libia più governabile, sicura per gli investimenti energetici e meno esposta all’influenza russa.
Il progetto prevede un ricambio generazionale ai vertici libici. A Tripoli Ibrahim Dbeibah dovrebbe sostituire il cugino Abdelhamid Dbeibah alla guida del Governo di Unità Nazionale, mentre a Est Saddam Haftar, figlio del generale Khalifa Haftar, sarebbe destinato alla presidenza del Paese. Più che una riconciliazione nazionale, si tratterebbe di una spartizione del potere sostenuta dalle potenze straniere.
La spinta americana arriva mentre le tensioni in Medio Oriente e il conflitto con l’Iran hanno riportato il petrolio al centro delle preoccupazioni globali. Con 48,4 miliardi di barili di riserve accertate, la Libia resta il principale serbatoio energetico africano. Ad aprile la National Oil Corporation ha registrato ricavi per 2,9 miliardi di dollari, triplicati rispetto all’inizio dell’anno.
In parallelo si moltiplicano gli interessi delle compagnie statunitensi. Chevron ha ottenuto una licenza di esplorazione nel bacino di Sirte, mentre Exxon Mobil ha firmato un memorandum con la compagnia petrolifera nazionale libica per rientrare nel mercato. La diplomazia americana si muove quindi insieme agli interessi energetici.
Un ruolo centrale sarebbe affidato a Massad Boulos, inviato speciale di Donald Trump per l’Africa, che avrebbe avviato contatti diretti con Ibrahim Dbeibah anche sul tema dei fondi libici congelati all’estero. Sullo sfondo ci sono non solo petrolio e gas, ma anche ricostruzione, infrastrutture, porti e controllo delle reti di influenza nel Mediterraneo.
Saddam Haftar sta intanto cercando di rafforzare la propria immagine internazionale. Pur rappresentando la continuità della Cirenaica, ha aperto nuovi canali con Washington e con la Turchia, storicamente vicina al governo di Tripoli. L’incontro con Ibrahim Dbeibah all’Eliseo conferma inoltre il coinvolgimento francese nella nuova fase libica.
La prospettiva di elezioni democratiche appare però sempre più marginale. Dopo anni di conferenze e roadmap internazionali, le potenze straniere sembrano preferire interlocutori in grado di controllare territori, milizie e terminali energetici piuttosto che affrontare l’incertezza di un voto.
Resta però forte il rischio di nuove tensioni interne. Le milizie di Misurata guardano con sospetto a un accordo con gli Haftar, mentre il gran mufti Sadiq al Ghariani ha già espresso la propria contrarietà. Anche all’interno delle due famiglie emergono divisioni e rivalità legate al controllo dell’esercito, dei fondi pubblici e degli appalti.
Sul piano militare, gli Stati Uniti stanno tentando di favorire una cooperazione tra le forze dell’Est e dell’Ovest attraverso esercitazioni congiunte a Sirte nell’ambito delle operazioni Flintlock. Ma integrare le milizie in un vero esercito nazionale resta uno dei nodi più difficili da sciogliere.
Nel frattempo cambia anche il contesto regionale. Turchia ed Egitto, un tempo su fronti opposti in Libia, hanno riaperto il dialogo. Anche l’Arabia Saudita appare favorevole a una soluzione condivisa che riduca l’instabilità nel Nord Africa e nel Sahel.
Per Washington la partita non riguarda soltanto il petrolio. La presenza russa nella Libia orientale rappresenta infatti un elemento strategico centrale. Ridurre l’influenza di Mosca in Cirenaica significherebbe rafforzare il controllo occidentale sulle rotte energetiche e migratorie del Mediterraneo.
L’Italia osserva con attenzione l’evoluzione del dossier libico. Energia, sicurezza, migrazioni e interessi dell’Eni rendono decisiva ogni trasformazione degli equilibri politici a Tripoli e Bengasi. Roma rischia però di restare marginale se non riuscirà a inserirsi tempestivamente nella nuova architettura regionale.
L’intesa tra Dbeibah e Haftar potrebbe aprire una fase di relativa stabilizzazione, ma resta una soluzione fragile. Più che una vera rifondazione dello Stato, sarebbe una tregua tra famiglie, milizie e sponsor stranieri costruita attorno alla gestione della rendita petrolifera.
Il nodo di fondo resta irrisolto: unire le élite non significa unire la Libia. Perché uno Stato non nasce dalla spartizione del potere, ma dalla costruzione di istituzioni condivise e riconosciute dalla popolazione.