di Giuseppe Gagliano –

La notizia della possibile visita di Khalifa Haftar ad Ankara segna un passaggio che fino a poco tempo fa sarebbe stato considerato impensabile. Il generale dell’Est libico, sostenuto negli anni dalle monarchie del Golfo e dalla Russia, era stato il principale avversario della Turchia nello scacchiere libico. Oggi, invece, i rapporti sembrano avviati verso un inatteso disgelo.

Nel 2019 Haftar marciava su Tripoli, contando sull’appoggio di Emirati Arabi Uniti e mercenari del gruppo Wagner. A fermarlo furono le forze speciali turche, i droni Bayraktar e i combattenti siriani inviati da Ankara. Quel conflitto congelato, conclusosi con una linea del fronte a Sirte, ha segnato la geografia politica della Libia. Ma a distanza di anni, l’interesse strategico sembra prevalere sul ricordo della guerra.

Ospitare a Bengasi il capo dell’intelligence turca, Ibrahim Kalin, e accettare l’invito a recarsi ad Ankara significa che Haftar riconosce la necessità di ridefinire le sue alleanze. La Turchia, dal canto suo, non dimentica che il peso reale in Libia non può prescindere dal controllo dell’Est, cuore delle risorse energetiche del Paese.

Uno degli elementi chiave del riavvicinamento riguarda l’accordo marittimo del 2019, firmato tra Ankara e il governo di Tripoli. Quel documento, che ridisegnava le zone economiche esclusive nel Mediterraneo, fu da subito contestato da Grecia, Cipro, Egitto e Francia. Ora, la pressione di Ankara sul Parlamento di Tobruk per ratificarlo dimostra che la Turchia punta a blindare i propri interessi energetici anche con il consenso delle istituzioni orientali.

Se Tobruk dovesse cedere, la Turchia otterrebbe una legittimazione geopolitica rafforzata: non più solo sponsor di Tripoli, ma attore riconosciuto anche da Bengasi. Una mossa che metterebbe in difficoltà sia gli avversari regionali, sia le potenze occidentali che vedono nell’espansione turca una minaccia diretta ai propri interessi nel Mediterraneo orientale.

Ankara e Mosca restano i due principali attori militari in Libia. La Russia, con la presenza del gruppo Wagner – oggi formalmente inquadrato nel ministero della Difesa russo – controlla ancora snodi strategici nell’Est. La Turchia mantiene truppe e basi nell’Ovest, a protezione del governo di Dbeibah.

Un’intesa tra Haftar e la Turchia non significherebbe necessariamente il ritiro russo, ma una ridefinizione degli equilibri. Ankara potrebbe presentarsi come interlocutore capace di mediare fra Est e Ovest, e allo stesso tempo limitare l’influenza di Mosca, che in Africa sta cercando di consolidare le sue posizioni a scapito delle potenze occidentali.

La Libia è il crocevia tra Mediterraneo e Sahel. Per la Turchia, consolidare un ruolo su entrambi i fronti significa accreditarsi come potenza regionale di primo piano, non solo contro i rivali storici (Egitto e Francia), ma anche come alleato indispensabile per la NATO. La posizione turca diventa ancora più rilevante in un momento in cui Washington cerca di contenere la Russia sul fronte ucraino e la Cina lungo le rotte africane.

Per Haftar il riavvicinamento con Ankara offre una doppia garanzia: ridurre l’isolamento internazionale e aprirsi a investimenti infrastrutturali e militari turchi, che potrebbero consolidare la sua autorità nell’est.

Dietro la diplomazia, la posta in gioco è economica. La Turchia vede nella Libia un partner strategico per le proprie imprese di costruzione, già molto attive in Africa. Contratti per infrastrutture, porti, aeroporti e soprattutto per la gestione delle risorse energetiche potrebbero ridisegnare il futuro del Paese.

Per Haftar, la prospettiva di attirare capitali turchi è un mezzo per bilanciare l’influenza di Egitto ed Emirati, che negli ultimi anni hanno garantito sostegno militare ma non sempre risorse sufficienti a finanziare la ricostruzione.

La visita di Haftar in Turchia, se confermata, sarà un tassello fondamentale nel puzzle libico. Ankara scommette su una diplomazia capace di ricucire lo strappo del 2019, trasformando un nemico in un alleato tattico. Haftar, da parte sua, cerca di diversificare i suoi appoggi internazionali per consolidare il potere interno.

Il rischio però è che questo nuovo equilibrio resti instabile. La Libia rimane un Paese diviso, ostaggio di milizie, potenze straniere e interessi economici divergenti. In questo quadro, ogni alleanza può rivelarsi tanto un’opportunità quanto una trappola.