di Giuseppe Gagliano –
Diminuiscono le partenze, ma aumentano i trattenuti. È questo il paradosso libico della migrazione nel 2025: i dati del Mixed Migration Center segnalano un calo del 25% dei migranti che dalla Libia tentano la traversata verso le coste europee, ma nello stesso tempo rivelano una crescita costante del numero di rifugiati e migranti irregolari bloccati nel Paese nordafricano. Un equilibrio crudele che fotografa il nuovo volto del sistema di contenimento esternalizzato dell’Europa.
Nel primo trimestre del 2025, poco più di 9mila migranti sono riusciti a raggiungere l’Italia via mare. Di questi, circa 8.500 sono partiti dalle coste libiche, ancora oggi epicentro della rotta migratoria centrale. Ma il dato che pesa è un altro: 88.283 rifugiati risultano registrati in Libia, in aumento del 12% rispetto all’ultimo trimestre del 2024. Una crescita trainata soprattutto dal conflitto in Sudan, che da aprile 2023 ha costretto oltre 250mila persone a cercare rifugio nella caotica e frammentata Libia.
I rifugiati sudanesi rappresentano oggi il 29% del totale, seguiti da migranti provenienti da Niger, Egitto, Ciad e Nigeria. Nazioni travolte da crisi economiche, guerre dimenticate e desertificazione inarrestabile. Un mosaico umano in cerca di scampo, che si riversa nella Libia post-Gheddafi: uno Stato fallito, dove le milizie controllano i territori, i traffici e spesso anche i centri di detenzione.
L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) conferma la tendenza: a fine 2024, i migranti presenti in Libia erano circa 824.000, con un aumento del 17% rispetto all’anno precedente. La maggior parte si concentra nella Libia occidentale, dove il governo di Tripoli, riconosciuto a livello internazionale, mantiene un controllo fragile e spesso subappaltato alle forze armate locali.
E proprio da Tripoli è giunta, all’inizio di aprile, una mossa tanto simbolica quanto rivelatrice: la sospensione di dieci organizzazioni umanitarie internazionali, accusate di voler “insediare migranti” nel Paese. Il portavoce dell’Agenzia per la sicurezza interna, Salem Gheith, ha parlato di “azioni ostili” che mirerebbero a cambiare la composizione demografica libica. Parole che evocano il timore di un’ingegneria etnica imposta da potenze esterne, ma che nella pratica si traducono in una stretta sull’unico anello fragile rimasto tra i migranti e l’assistenza umanitaria.
La Libia da snodo migratorio, sta diventando prigione a cielo aperto. Le ONG vengono silenziate, le partenze scoraggiate con metodi repressivi, mentre l’Europa continua a delegare, finanziare e voltarsi dall’altra parte. I trafficanti si adattano: aumenta il flusso verso la Grecia dalla Libia orientale, si diversificano le rotte, si moltiplicano i rischi. Ma una verità resta immobile: in assenza di canali legali e di un sistema di protezione effettivo, il Mediterraneo rimane la rotta più pericolosa del mondo. E la Libia il suo inferno d’attesa.




