di Giuseppe Gagliano –
La Libia tenta ancora una volta di riaprire il percorso verso la riunificazione nazionale. Il comitato congiunto formato dai rappresentanti dei due principali schieramenti ha raggiunto un’intesa sulle principali questioni elettorali e si prepara alla firma di un accordo politico sotto la mediazione delle Nazioni Unite. Si tratta di un passo significativo, ma ancora insufficiente a superare le profonde divisioni che continuano a frammentare il Paese.
L’intesa riguarda soprattutto il quadro normativo necessario per arrivare alle elezioni e avviare una fase di transizione. Restano però irrisolti i nodi più delicati, a partire dall’unificazione delle istituzioni civili e militari, dalla gestione delle milizie e dalla definizione di un’autorità statale realmente condivisa.
Dopo il fallimento delle elezioni del 2021, il voto continua a rappresentare allo stesso tempo la possibile soluzione della crisi e una minaccia per gli equilibri costruiti negli anni dai centri di potere di Tripoli e della Cirenaica. Le controversie sulle candidature dei militari, sulla doppia cittadinanza e sull’assetto istituzionale riflettono interessi politici e personali che vanno ben oltre gli aspetti giuridici.
La competizione per il controllo delle entrate petrolifere resta il vero cuore della crisi. Il possesso dei giacimenti, dei terminali di esportazione e delle istituzioni finanziarie garantisce infatti un potere spesso superiore a quello esercitato dai governi ufficiali. Un’effettiva riunificazione richiederebbe trasparenza nella gestione delle risorse e una redistribuzione degli equilibri economici, prospettiva che incontra forti resistenze.
Anche sul piano della sicurezza il percorso appare complesso. I recenti contatti tra le forze dell’Est e dell’Ovest, sostenuti dagli Stati Uniti, rappresentano un segnale positivo, ma l’integrazione delle strutture militari e lo scioglimento delle numerose milizie restano obiettivi lontani. La presenza di apparati armati autonomi continua infatti a limitare l’autorità dello Stato.
La dimensione internazionale rende il quadro ancora più delicato. Washington ha intensificato il proprio impegno diplomatico e militare per favorire la stabilizzazione, mentre Russia, Turchia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti mantengono interessi strategici e solide reti di influenza nel Paese. Qualunque governo unitario dovrà quindi confrontarsi anche con questo equilibrio esterno.
Per l’Italia una Libia stabile rappresenterebbe un vantaggio strategico sotto il profilo energetico, della sicurezza e della gestione dei flussi migratori. Tuttavia, un ritorno alle urne privo di adeguate garanzie rischierebbe di alimentare nuove tensioni anziché chiudere il conflitto.
L’accordo in preparazione costituisce quindi un passo avanti, ma non risolve le cause profonde della frammentazione libica. La stabilizzazione del Paese dipenderà dalla capacità delle forze politiche e militari di accettare una reale condivisione del potere e delle risorse, condizione indispensabile perché la competizione elettorale sostituisca definitivamente quella armata.




