di Giuseppe Gagliano –

La Turchia ha inviato la fregata TCG Kinaliada a Bengasi. Non si è trattato solo di un semplice scalo tecnico, ma un gesto politico calcolato. Ankara, che da anni sostiene militarmente il Governo di Unità Nazionale di Tripoli, ha scelto di estendere i suoi contatti anche con la Libia orientale, dominata dal feldmaresciallo Khalifa Haftar. A ricevere la delegazione turca c’era Saddam Haftar, figlio del comandante e appena nominato vicecapo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA). L’immagine di ufficiali turchi accolti a Bengasi mostra la volontà di Ankara di muoversi su entrambi i fronti libici, garantendosi spazi di influenza indipendentemente dall’evoluzione politica del Paese.

Le discussioni ufficiali hanno riguardato cooperazione navale, scambio tecnico e addestramento. Ma dietro i protocolli emerge il dato cruciale: la Turchia sta consolidando la propria presenza in Libia con un approccio pragmatico, mirando a rafforzare il proprio ruolo di potenza regionale. Non è un caso che l’attracco della Kinaliada arrivi poche settimane dopo la firma di un nuovo accordo militare con Tripoli per addestramento avanzato e supporto tecnico-logistico. Ankara manda così un messaggio: non rinuncia all’alleanza con il governo riconosciuto a Ovest, ma apre canali anche con l’Est, per non lasciare campo libero alla Russia, principale sponsor di Haftar.

La Libia resta spaccata in due amministrazioni, unite solo da un cessate il fuoco fragile dal 2020. In questa divisione, Turchia e Russia hanno assunto un ruolo di garanti e padrini militari. La presenza navale turca a Bengasi appare quindi come una mossa di equilibrio: Ankara intende mantenere il monopolio dell’interlocuzione con entrambe le parti, evitando che Mosca diventi l’unico punto di riferimento per la Cirenaica. È una diplomazia navale che ricalca la logica della proiezione di potenza mediterranea perseguita da Erdogan negli ultimi anni, dall’Egeo al Mar Nero.

Al di là delle uniformi, la posta in gioco è economica. La Libia orientale custodisce gran parte delle risorse petrolifere, mentre Tripoli concentra le istituzioni riconosciute a livello internazionale. Per Ankara, aprire una relazione con i due poli significa garantirsi accesso sia agli investimenti energetici sia agli appalti per la ricostruzione. È un calcolo di lungo periodo: in una Libia ancora instabile, chi riesce a mantenere rapporti con tutti i protagonisti sarà in posizione privilegiata quando arriverà l’ora della ripartizione delle risorse e dei contratti.

La visita turca coincide con l’ascesa di Saddam Haftar, che si presenta come volto nuovo dell’apparato militare, promettendo fedeltà al padre ma anche apertura alla cooperazione internazionale. Le sue dichiarazioni sul ruolo “pacificatore” dell’esercito e sulla volontà di attrarre investimenti nelle zone liberate sono il tentativo di presentare l’LNA come attore legittimo e affidabile agli occhi esterni. Ankara sembra cogliere l’opportunità, tessendo un legame diretto con chi potrebbe rappresentare il futuro della leadership militare a Est.

Mentre la diplomazia si muove nei porti, la realtà sul terreno resta precaria. A Tripoli, il quartier generale dell’ONU è stato bersaglio di un attacco missilistico, segno che le milizie armate non hanno abbandonato del tutto la logica della violenza. Il governo di Dbeibah, sotto pressione per corruzione e proteste, fatica a controllare la capitale. La Turchia, da parte sua, bilancia: continua a garantire supporto militare a Tripoli ma non vuole legarsi a un esecutivo indebolito. Ecco perché guarda a Est, dove Haftar mantiene un controllo territoriale più solido e dove il figlio si propone come interlocutore pragmatico.

La Libia resta il terreno di una partita geopolitica tra potenze esterne. La Turchia, diversamente dalla Russia, gioca su due tavoli: rafforza il legame con Tripoli ma allunga la mano a Bengasi. È la strategia del doppio fronte, che riflette l’ambizione di Ankara di essere potenza mediterranea capace di parlare con tutti e di capitalizzare con chiunque emergerà vincitore. In un Paese frammentato e instabile, questo approccio potrebbe rivelarsi l’unico davvero efficace.