Di Ahmed Zaher
Il dialogo “4+4” avviato a Roma può apparire come un nuovo tentativo di superare lo stallo politico in Libia. Ma, più che aprire una soluzione, rivela un problema più profondo: non la mancanza di processi, bensì il modo in cui questi processi vengono costruiti e utilizzati.
Eppure, il problema libico non è mai stato la mancanza di iniziative o di formati negoziali. Il vero nodo riguarda la logica che guida questi processi. In Libia, ciò che cambia è la forma.
La struttura, invece, resta sostanzialmente invariata.
Quando è stata istituita la Governo di Unità Nazionale, l’obiettivo era chiaro: condurre il Paese a elezioni entro una tempistica definita.
Quella cornice temporale, però, non è stata semplicemente prorogata, ma progressivamente svuotata.
Il tempo non è più un vincolo politico. È diventato una condizione sospesa: il potere sarà trasferito “quando verrà eletta una nuova autorità”.
Una formula che, apparentemente logica, in realtà apre a un rinvio indefinito.
La fase transitoria smette così di essere una fase e si trasforma in un sistema stabile.
In questo modo, il processo smette di essere uno strumento per risolvere la crisi e diventa esso stesso la crisi.
In questo contesto, il formato “4+4” riduce la complessità del quadro libico a un numero limitato di attori, con l’obiettivo di facilitare il dialogo. Ma questa semplificazione non include le reali differenze della società libica.
Al contrario, tende a riunire gli attori più simili tra loro all’interno dell’attuale struttura di potere. Si tratta di élite che possono apparire in competizione, ma che condividono funzioni, interessi e logiche operative. Nel frattempo, le componenti realmente differenti – sociali e politiche – restano fuori dal processo. Non per caso, ma per la natura stessa del meccanismo, che riduce il conflitto invece di organizzarlo.
Questa dinamica emerge chiaramente anche nella decisione di procedere a una ricostituzione completa del Consiglio dell’Alta Commissione Elettorale, con l’affidamento al procuratore generale del compito di proporre un nuovo presidente.
A prima vista, si tratta di una misura tecnica. In realtà, riflette una logica più profonda.
Non è una questione di scegliere tra opzioni operative diverse, ma di come il tempo viene continuamente ridefinito.
Ricostruire un’istituzione di questo tipo significa, inevitabilmente, aprire un nuovo ciclo temporale, non chiudere quello esistente.
Il risultato è un orizzonte che si allunga, ancora una volta.
Anche la dimensione internazionale si inserisce in questa logica. Le United Nations continuano a promuovere nuovi formati, mantenendo attivo il processo negoziale senza modificarne in modo sostanziale la struttura.
L’Italia, ospitando questi incontri attraverso il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, rafforza il proprio ruolo in un dossier cruciale.
Tuttavia, questo ruolo non mira a trasformare la struttura della crisi, ma a mantenerla entro un livello gestibile, in linea con priorità come migrazione, energia e sicurezza.
In questo senso, la gestione del processo diventa più importante della sua soluzione.
In questo quadro, emerge un elemento spesso trascurato: l’interesse reale delle società – in Libia come in Europa – non risiede nella gestione della crisi, ma nella costruzione di uno Stato stabile e funzionante.
La gestione dell’instabilità produce effetti immediati e visibili, ma resta una soluzione temporanea, una forma di contenimento che lascia il sistema costantemente esposto a nuove escalation.
Questo rende la Libia non solo un Paese fragile, ma anche uno spazio permanentemente utilizzabile come leva di pressione esterna, soprattutto nei confronti dell’Europa.
Il caso energetico è particolarmente indicativo. Il gasdotto Greenstream, che collega la Libia all’Italia, rappresenta uno dei principali assi della relazione tra i due Paesi.
Negli ultimi anni, tuttavia, le esportazioni di gas libico verso l’Italia hanno registrato un calo significativo, dovuto sia all’instabilità politica sia alla progressiva riduzione della capacità produttiva e all’aumento della domanda interna.
In questo contesto, la strategia italiana – sostenuta anche da investimenti di aziende come Eni – punta a nuove esplorazioni e alla scoperta di ulteriori riserve. Ma tali progetti richiedono condizioni che oggi non esistono: stabilità politica, sicurezza operativa e prevedibilità istituzionale.
Si crea così una contraddizione strutturale: mentre si gestisce la crisi nel breve periodo, si rinvia la costruzione delle condizioni necessarie per garantire sicurezza energetica nel lungo termine.
Di conseguenza, la gestione della crisi non rappresenta solo un limite per la Libia, ma anche un fattore di vulnerabilità per l’Europa stessa, che resta esposta a rischi continui legati a instabilità, interruzioni e pressioni geopolitiche.
Questo tipo di dinamica può produrre una certa stabilità. Può ridurre il livello di tensione. Ma non costruisce lo Stato.
Si tratta di una stabilità funzionale, basata sull’equilibrio tra élite, non su un vero patto politico condiviso.
Questo produce un paradosso: la stabilità che emerge da questi processi è la stessa che impedisce la costruzione dello Stato. In questo sistema, quando c’è accordo, si coordinano le risorse.
Quando manca, si gestisce il conflitto. Il dialogo “4+4”, dunque, non rappresenta una rottura rispetto al passato, ma una sua continuità in una nuova forma.
Ancora una volta, si coordinano centri di potere, senza costruire istituzioni. Si gestisce il conflitto, senza risolverlo.
Ed è qui che emerge il punto centrale:
lo Stato non si costruisce riunendo attori simili, ma organizzando le differenze all’interno di regole condivise e legittime.
Finché questo passaggio non avverrà, ciò che cambierà sarà la forma, mentre la struttura continuerà a riprodurre la crisi.




