Libia. Tripoli impedisce ai deputati di recarsi al Parlamento di Tobruk

di Giuseppe Gagliano

La Camera dei Rappresentanti di Tobruk, organo legislativo della Libia, avrebbe dovuto tenere una sessione cruciale per discutere il bilancio generale e altri punti centrali per il funzionamento dello Stato. Ma la seduta è saltata. A impedirla, il mancato raggiungimento del quorum, causato dal blocco, giudicato arbitrario, imposto dall’Autorità per l’aviazione civile di Tripoli. Diversi parlamentari provenienti da ovest non hanno potuto imbarcarsi su voli in partenza dall’aeroporto di Mitiga per Bengasi. Un gesto che ha sollevato polemiche politiche e messo in luce, ancora una volta, la spaccatura istituzionale del Paese.
Il vicepresidente della Camera, Misbah Douma, ha definito il blocco “una violazione palese della Dichiarazione costituzionale” e un attacco diretto al principio di separazione dei poteri. Il diritto alla libertà di movimento, ha affermato, non è un privilegio, ma una prerogativa garantita ai rappresentanti del popolo. La responsabilità, secondo Douma, è chiaramente politica: il governo di unità nazionale guidato da Dbeibah, attraverso l’aviazione civile, ha esercitato un controllo diretto per ostacolare il funzionamento dell’autorità legislativa rivale.
In teoria la Libia è un unico Stato sovrano. In pratica è divisa in due sistemi paralleli, con governi, eserciti, infrastrutture e reti di controllo distinte. E poi ancora in oltre 130 tribù autonome, di fatto ognuna uno Stato nello Stato. Il Governo di Unità Nazionale (GNU) di Dbeibah mantiene il controllo de facto di Tripoli e del suo aeroporto principale. Il Governo di Stabilità Nazionale (GNS), guidato da Osama Hammad e sostenuto dalla Camera di Tobruk, opera da Bengasi e gestisce le finanze della Libia orientale. Il mancato accesso ai voli è solo la manifestazione più visibile di un conflitto istituzionale radicato.
Alla fine di luglio Hammad ha emesso una circolare che vieta a tutte le istituzioni pubbliche sotto la sua giurisdizione di interagire con il GNU, definito “legalmente decaduto”. La misura impedisce lo scambio di dati e risorse, accentua la paralisi dello Stato e aggrava il caos amministrativo. Il messaggio politico è chiaro: il GNS considera il governo rivale non solo illegittimo, ma inesistente. La governance si fa attraverso l’esclusione, la negazione, la chiusura delle comunicazioni.
A pochi giorni dall’annuncio di una nuova roadmap delle Nazioni Unite per la stabilizzazione della Libia, il clima interno è tutto fuorché favorevole. La divisione è ormai istituzionalizzata. Ogni iniziativa internazionale, anche benintenzionata, si scontra con una realtà di potere frammentato e ostile. Lo spazio per il compromesso si riduce, mentre crescono le tentazioni autoritarie da entrambe le parti.
In un contesto in cui le istituzioni non comunicano, le infrastrutture sono politicizzate e le leggi si contraddicono, la Libia rappresenta un’anomalia geopolitica. Un territorio ricchissimo di risorse energetiche, al centro del Mediterraneo, incapace di strutturare una continuità amministrativa minima. Questo vuoto viene riempito da attori esterni: Turchia, Russia, Egitto, Emirati Arabi. Ognuno con le sue milizie, i suoi contratti, i suoi interessi.
La guerra in Libia non è solo un conflitto armato, è una guerra degli apparati. La funzione pubblica, i trasporti, la fiscalità, la sicurezza: ogni settore è un campo di battaglia in cui le fazioni cercano di affermare la propria sovranità, spesso a scapito della popolazione civile. Il blocco dei voli, in apparenza un dettaglio tecnico, in realtà mostra come la gestione del potere si basi sul controllo fisico del movimento, sull’impossibilità di dialogare, sull’erosione del consenso attraverso l’accentramento.