di Giuseppe Gagliano –
L’Alto Consiglio di Stato di Tripoli ha annunciato di non riconoscere la nuova Corte costituzionale voluta dalla Camera dei Rappresentanti di Tobruk. Si tratta di una frattura istituzionale che penetra nel cuore del sistema libico, minando uno dei pilastri della ricostruzione post-Gheddafi: la giustizia. La Corte suprema, massimo organo giuridico del Paese, ha definito “invalida” l’attivazione della nuova corte, avvertendo che si tratta di un atto unilaterale contrario agli accordi politici e alla separazione dei poteri.
Per il Parlamento dell’est, controllato da Aguila Saleh, la creazione di una Corte costituzionale nominata integralmente dalla Camera dei Rappresentanti rappresenta uno strumento per colmare un vuoto giuridico e dare regole chiare al percorso elettorale. Per Tripoli, invece, è un tentativo di legittimare le scelte di Tobruk, sottraendo competenze alla Corte Suprema e creando un organo parallelo che, lungi dall’essere arbitro imparziale, diventi un alleato politico. Il giuramento dei primi giudici davanti a Saleh ha rappresentato un gesto altamente simbolico, percepito come un atto di sfida.
La sentenza della Corte Suprema, che ha dichiarato incostituzionale la legge istitutiva della nuova corte (legge n. 6 del 2022), mira a difendere l’unità della magistratura. Ma in un Paese diviso in due governi rivali e privo di un’autorità centrale riconosciuta da tutti, il rischio è che coesistano due sistemi giudiziari separati. Questa duplicazione non solo minerebbe l’indipendenza della giustizia, ma comprometterebbe la credibilità di qualsiasi futura elezione, alimentando il sospetto che le regole del gioco possano essere manipolate a seconda dell’arena politica di riferimento.
La crisi della giustizia costituzionale è lo specchio dell’impasse politico libico. A Est, il governo guidato da Osama Hammad, sostenuto dalla Camera di Tobruk e legato alle forze del generale Khalifa Haftar, controlla Bengasi e gran parte del sud. A ovest, il Governo di Unità Nazionale di Abdelhamid Dbeibah mantiene il controllo di Tripoli ed è riconosciuto a livello internazionale. In questo contesto, ogni iniziativa istituzionale è letta come un’arma per rafforzare il proprio campo e indebolire quello rivale.
La missione ONU in Libia continua a puntare su elezioni che dovrebbero segnare la fine della transizione iniziata nel 2011. Ma se la giustizia stessa diventa oggetto di disputa, la capacità di organizzare un voto libero e credibile si riduce drasticamente. La mancanza di un arbitro imparziale rischia di trasformare la contesa elettorale in un altro episodio della guerra politica libica.
Senza un accordo tra Est e Ovest sulla gestione della giustizia costituzionale, ogni passo verso le elezioni sarà fragile. La Corte Suprema ha già sospeso ogni dialogo con il Parlamento finché la legge contestata non sarà revocata. Ma a Tobruk difficilmente faranno marcia indietro, vedendo nella nuova corte uno strumento per blindare le proprie decisioni. In questo clima, il diritto diventa un campo di battaglia al pari del terreno militare, e la ricostruzione dello Stato di diritto appare lontana. La Libia, ancora una volta, dimostra che le istituzioni non sono neutrali quando la divisione politica le trasforma in strumenti di potere.




