di Giuseppe Ianniello –

Ormai gli europei che decidono di abbracciare le ragioni dello Stato Islamico sono tantissimi, tra di loro, come spesso raccontato, ci sono anche molte donne.

Secondo quanto riportato dagli esperti queste ultime sarebbero almeno 550, oltre un sesto dei 3000 occidentali che hanno preso la strada della Jihad.

Anche per l’arruolamento di seguaci di sesso femminile un ruolo fondamentale lo ricopre la propaganda tramite internet. Le tre donne infatti avrebbero deciso di partire dopo essere entrate in contatto con Asqa Mahmood, giovane ragazza di Glasgow, la quale andò in Siria per sposare un giovane combattente dello Stato Islamico; la sua storia viene raccontata giorno per giorno attraverso il suo blog “Il Giornale di una Emigrante”, divenuto uno dei principali strumenti di propaganda per le donne dell’Isis.

Nella sua pagina racconta la vita quotidiana delle donne del Califfato, cercando di fugare ogni dubbio sulla bontà di quella scelta. “Qui non ci sono affitti. Le case sono gratuite. Non paghiamo né l’acqua né l’elettricità e riceviamo ogni mese un pacco con cibo”, scrive la giovane tra le pagine del suo blog, “Il territorio ci offre lavoro, sopratutto nell’ambito dell’Istruzione e della Sanità”. Infatti, secondo la guida messa in atto dallo Stato Islamico, le femmine possono lasciare la casa solo se sono medici per donne o insegnanti.

Dunque, per chi decide di unirsi al Califfato, secondo questo blog ed altri siti simili, sono previsti molti vantaggi, per se stessi e per la propria famiglia. Alcuni responsabili iracheni hanno raccontato che l’Isis infatti assegnerebbe alle famiglie dei combattenti le stesse case tolte con la forza ai legittimi proprietari, in modo da dare più valore al matrimonio contratto con uno jihadista; gli sposi avranno poi a disposizione sette giorni di licenza e fuochi d’artificio.

“Le donne che raggiungono queste terre sono in cerca di un’avventura, molte si proiettano in un mondo immaginario, sognano di sposarsi con un combattente”, afferma Hassan Hassan studioso ed autore di un libro che racconta nel dettaglio molti aspetti dello Stato Islamico.

La ricercatrice Lina Khatib ha cercato di analizzare il caso del blog di Aqsa Mohmood il quale, secondo lei, altro non sarebbe che un mezzo di propaganda gestito e supervisionato proprio dal gruppo terroristico dunque, un mezzo di reclutamento. La donna, che ora si trova a Beirut, ha avuto l’opportunità di parlare con alcune ragazze le quali, da quelle terre, sono fuggite poiché si sono trovate di fronte, invece che all’utopia che gli era stata promessa, un mondo fatto di oppressione e divieti, uscire dal quale si rivela poi estremamente complicato.