L’Islam fondamentalista nel Sangiaccato, un rischio per il governo serbo e i Balcani

di Lorenzo Pallavicini –

L’attentato di Belgrado, compiuto ad opera di un serbo convertitosi all’islam radicale e residente a Novi Pazar, ha riacceso i riflettori su una area dei Balcani potenzialmente a rischio e della quale poco si accenna sui media occidentali.
Il Sangiaccato è una regione divisa tra la parte meridionale della Serbia, la parte settentrionale del Montenegro e il nord del Kosovo, in cui la popolazione è a maggioranza musulmana e dove sono presenti, sin dalla dissoluzione della ex Jugoslavia, alcune tensioni e sentimenti separatisti volti a costituire la vecchia provincia turca del Sangiaccato di Novi Pazar che cessò la sua esistenza con la fine dell’impero ottomano.
Nella regione vi sono stati casi di reclutatori per Daesh nell’ambito del conflitto siriano con alcune decine di uomini partiti per andare a combattere con lo Stato islamico, in alcuni casi ritornati e per questo sorvegliati da tempo dai servizi segreti serbi, visti i rischi di possibili attentati e dei rapporti con elementi estremisti in Kosovo ed in Bosnia.
L’Unione Europea, assai più concentrata sulla questione kosovara, ha lasciato il ruolo di mediatore tra la maggioranza musulmana bosgnacca del Sangiaccato e il governo di Belgrado a Turchia ed Arabia Saudita, due paesi islamici molto interessati ad estendere la loro influenza culturale, economica, oltre che religiosa, su una area assai importante come snodo geografico tra l’Europa e l’Asia Minore.
Il governo Erdogan intende rafforzare la sua politica neo ottomana su territori storicamente parte dell’ex impero e tramite finanziamenti ad associazioni culturali nonchè moschee, punta a radicarsi come forza nel Balcani e nel proporre il proprio islam di riferimento, di tipo conservatore ma non salafita, oltre ad avere un proprio consolato a Novi Pazar e finanziare progetti di sviluppo economico tramite gli investimenti della Agenzia turca per la cooperazione.
L’Arabia Saudita, forte del suo ruolo di guida sunnita, da molti anni finanzia programmi culturali, scolastici e religiosi nella vicina Bosnia Erzegovina, in cui la corrente wahabita si pone in contrasto con Ankara ed è vista con preoccupazione dalle autorità serbe, per le quali i maggiori rischi di instabilità si annidano nella saldatura tra il salafismo presente in Bosnia Erzegovina e il Sangiaccato, considerando che il governo saudita durante gli anni Novanta fu in prima linea nell’aiutare i musulmani di Bosnia e lo stesso ex presidente Izetbegovic, acerrimi nemici dei serbi di Bosnia guidati da Karadzic.
La questione palestinese, ritornata fortemente al centro dell’attenzione internazionale dopo gli attentati del 7 ottobre e la conseguente risposta israeliana, è una delle spine nel fianco nell’area balcanica in cui il fattore religioso, per la comunità islamica del Sangiaccato, costituisce un elemento distintivo da Belgrado che potrebbe risultare di difficile gestione per un governo che deve fronteggiare la questione kosovara ed in cui azioni troppo repressive potrebbero rappresentare una cesura con l’Unione Europea che, per ragioni economiche, il governo serbo non può permettersi.