di Giuseppe Gagliano –
Non c’è ancora un annuncio ufficiale, e non ci sarà prima di qualche mese. Il governo Meloni deve calibrare ogni parola sul tema della spesa militare, consapevole che l’opinione pubblica reagisce con diffidenza quando si parla di nuove spese per la Difesa, soprattutto in piena campagna elettorale. Eppure, secondo fonti ben informate, a Roma si è ormai aperta una trattativa con Bruxelles per attivare la clausola prevista dal piano europeo ReArm: la possibilità di scorporare dal deficit fino all’1,5% del Pil di spese militari, aggirando così i vincoli del Patto di Stabilità.
La clausola è stata concepita dalla Commissione con il piano da 800 miliardi per la Difesa (650 miliardi in debiti nazionali e 150 in prestiti dal fondo “Safe”). A oggi 16 Stati membri hanno già chiesto di beneficiarne, tra cui la Germania di Friedrich Merz. L’Italia invece ha temporeggiato: da un lato la premier non vuole esporsi troppo su un meccanismo che, agli occhi di Salvini e della destra più intransigente, sembra un nuovo “debito europeo per comprare armi”; dall’altro non può ignorare gli impegni assunti in sede Nato.
Al vertice di giugno infatti l’Italia ha accettato di portare la spesa militare al 3,5% del Pil entro il 2035. Un salto notevole, considerando che solo pochi giorni fa l’Alleanza ha certificato il raggiungimento del 2%. Per arrivare all’obiettivo servono almeno 40 miliardi l’anno in più solo per la Difesa, e 70 se si sommano le voci di Sicurezza. Risorse che, se non scorporate dal deficit, imporrebbero tagli pesanti al welfare e ad altre aree sensibili.
C’è però un ostacolo. L’Italia è ancora sotto procedura per deficit eccessivo e deve scendere sotto il 3% entro la fine del 2026. Con le regole attuali, chi è sotto osservazione non può chiedere la clausola senza restarci intrappolato più a lungo. Da qui il pressing di Meloni sul commissario europeo Valdis Dombrovskis: a luglio i due hanno discusso a Roma e poi a Palazzo Chigi di un percorso “a tappe”. L’obiettivo è certificare entro i primi mesi del 2026 il rientro nei parametri, così da attivare la clausola già a metà anno. In alternativa, si lavora a un’interpretazione flessibile delle regole che permetta di aggirare l’impasse.
Resta il problema politico: come spiegare agli italiani un aumento così massiccio delle spese per la Difesa? Il governo ha già in mente una strategia narrativa. Non si parlerà di “armi”, ma di “investimenti in sicurezza e tecnologia”, sottolineando i benefici industriali e occupazionali. Inoltre, la flessibilità ottenuta in sede europea potrà liberare risorse per altre priorità: sgravi per il ceto medio, aiuti alle famiglie, incentivi alla crescita. Una sorta di compensazione per attenuare l’impatto di una misura che rischia di essere impopolare.
Parallelamente, Roma si è mossa anche sul fronte del fondo europeo “Safe”. A luglio ha presentato richiesta per 14 miliardi in cinque anni. Ora dovrà definire i progetti da finanziare, con una logica simile a quella del Pnrr. Ma anche su questo versante potrebbe servire flessibilità: secondo l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, infatti, le spese finanziate con i prestiti del Safe possono rientrare automaticamente nella clausola di esclusione dal deficit.
L’Italia insomma si trova davanti a un bivio. Da un lato l’impegno Nato e la necessità di rafforzare le capacità militari in un’Europa sempre più insicura, dall’altro i vincoli di bilancio e un’opinione pubblica poco incline ad accettare nuovi sacrifici per la Difesa. Bruxelles appare disposta a venire incontro a Roma, ma la partita è delicata: il margine di manovra dipenderà dai conti pubblici, dalla tempistica e dalla capacità politica di Meloni di trasformare un vincolo esterno in un’opportunità interna.
Dietro le cifre e i tecnicismi resta la questione centrale: l’Italia può permettersi di rispettare i patti internazionali e allo stesso tempo mantenere la coesione sociale? La risposta, ancora una volta, passa dal rapporto con l’Europa e dalla capacità di gestire la “guerra economica” che si combatte non solo sui campi di battaglia, ma anche nelle pieghe dei bilanci nazionali.












