di Giovanni Carselli –
Se è vero che a Bruxelles i vertici dell’Unione Europea hanno escluso Giorgia Meloni al momento di deliberare sull’assegnazione degli incarichi di governo più importanti, bene ha fatto la presidente del Consiglio a denunciare l’accaduto in Parlamento. E bene ha fatto il presidente Sergio Mattarella a ricordare pubblicamente la rilevanza dell’Italia nell’Unione, sottintendendo un velato rimprovero ai responsabili. Sminuire l’importanza dell’Italia, terza potenza industriale e seconda manifatturiera d’Europa, non è solo un errore di valutazione, perché potrebbe spingere il governo italiano all’isolamento o, peggio ancora, all’allineamento con le Destre estreme europee.
Piuttosto che personalizzare il gioco politico, sarebbe quindi molto più opportuno il confronto sui programmi, sulle scelte a lungo termine, sui bisogni sociali e sulle risposte degli Stati, in conformità con quanto scritto nei Trattati. Attualmente questa scelta è resa difficile dal fatto che si tende a sovrapporre i risultati delle elezioni nazionali e quelli delle elezioni europee, pretendendo che in qualche modo combacino. In realtà questo non avviene perché non c’è, e non ci può essere, corrispondenza perfetta fra i sistemi partitici di 27 Paesi che hanno ciascuno la sua propria storia. Ancor meno quando si tratta di coalizioni governative. Il caso dell’Italia è esemplare a questo riguardo. La Lega si trova al governo in Italia e sarà all’opposizione in Europa. Forza Italia, anch’essa al governo in patria in quanto alleata di Fratelli d’Italia, ma con consensi inferiori, potrà ambire a qualche incarico di rilievo in sede europea, dove trova spazio nel Partito Popolare Europeo (PPE), vincitore delle elezioni, mentre Fratelli d’Italia sarà all’opposizione. È evidente che il quadro politico continentale è troppo complesso per somigliare, ad esempio, a quello americano dove due grandi partiti si presentano all’elettore in maniera omogenea sia in ciascuno dei 50 Stati sia a Washington.
Ignorare gli sforzi che Giorgia Meloni sta facendo per emancipare il suo Partito da un passato nostalgico rispetto al ventennio fascista potrebbe essere un errore grave. Soprattutto se la stessa strategia venisse usata nei confronti di quei settori della Destra europea che potrebbero collaborare con il Centro dello schieramento parlamentare di Bruxelles senza perdere i consensi ottenuti grazie all’inefficienza della classe politica che ha governato l’Unione e i singoli Paesi. Solo coinvolgendo il maggior numero di forze politiche possibile nel processo federativo sarà possibile attribuire a ciascuna di esse responsabilità precise di fronte ai rispettivi elettorati.
Se poi si ritiene opportuno guardare al passato piuttosto che al futuro si commette un macroscopico errore politico. Al di là delle nostalgie novecentesche, ciò che rende le Destre attuali turbolente e antidemocratiche è il complesso dei problemi che l’Europa e il mondo devono affrontare in questo inizio di Millennio. Nulla hanno a che fare questi problemi con la violenza politica seguita alla Grande Guerra, che generò sistemi dittatoriali e totalitari. Le democrazie europee nate dopo il secondo conflitto mondiale hanno predisposto strumenti costituzionali efficaci per impedire che l’autoritarismo, o peggio, torni a minacciare la legalità.
C’è poi anche una questione di fondo. In un momento difficile come quello che il mondo vive, con la minaccia possibile, o probabile, di una guerra di dimensioni inaudite, sarebbe prioritario creare consensi più estesi possibile per combattere una prospettiva tanto terrificante. Quindi se la matematica per il momento permette alla maggioranza centrista europea di governare, non è detto che in prospettiva questa sia necessariamente la scelta migliore, senza piccoli correttivi in sede di Commissione Europea e Consiglio Europeo, coinvolgendo attraverso l’attribuzione di incarichi di rilievo il maggior numero di Paesi possibile.
Per quanto riguarda l’Italia, certamente la presenza al governo della Lega di Salvini, ministro del suo governo, simpatizzante di un dittatore come Putin e fino a qualche tempo fa dichiaratamente antieuropeista, certamente non ha giovato al prestigio internazionale della Meloni, almeno quanto la sua intesa con Orban, apertamente filorusso. Nell’ipotesi peggiore di uno scontro frontale fra l’esecutivo italiano e i vertici europei, potrebbe entrare in gioco il fattore economico. Il debito pubblico italiano è notoriamente molto alto e secondo il nuovo Patto di stabilità il governo dovrebbe pianificare risparmi di 12 miliardi l’anno per i prossimi 7 anni. La gratuità di una parte del Pnrr diverrà ben presto un prestito da saldare in qualche modo. È sperabile che l’eventuale isolamento dell’Italia non provochi una perdita di fiducia dei mercati nei confronti del Paese, con tutte le conseguenze che è facile immaginare.




