di Giuseppe Gagliano –

Le parole del primo ministro della Macedonia del Nord, Hristijan Mickoski, sono un atto d’accusa contro un processo di adesione che sembra non procedere mai. A quasi vent’anni dalla domanda ufficiale, Skopje si ritrova ancora nello stesso punto, non per mancanza di riforme o incapacità di rispettare i criteri europei, ma per un continuo susseguirsi di veti politici. È il paradosso dei Balcani occidentali: i governi vengono spronati a “fare i compiti”, ma le decisioni finali restano nelle mani di Stati membri che usano l’allargamento come leva di pressione nazionale.

Il primo ostacolo fu la Grecia, convinta che il nome “Macedonia” minacciasse la propria identità storica. Il Paese balcanico accettò persino di cambiare nome, trasformandosi in Macedonia del Nord dopo l’Accordo di Prespa del 2018. Un sacrificio politico enorme, accolto allora come esempio di maturità diplomatica. Ma quando il veto greco è caduto, ne è arrivato un altro: la Bulgaria ha bloccato i negoziati accusando la Macedonia del Nord di non riconoscere appieno i legami culturali e linguistici con Sofia. In sostanza, la storia diventa una precondizione politica. I libri scolastici, le iscrizioni nelle costituzioni, il riconoscimento delle minoranze: tutto finisce sotto esame, come se l’identità nazionale di un Paese potesse essere modellata dalle richieste di un altro.

Mickoski ha usato parole dure: ha parlato di “prepotenza”, di pressioni che non hanno nulla a che vedere con i criteri democratici dell’Unione. La sua accusa è chiara: alcuni Stati membri usano il loro potere di veto non per difendere valori europei, ma per risolvere questioni bilaterali con Paesi più deboli. Se funziona una volta, dice il premier, funzionerà ancora, creando un precedente pericoloso. È un avvertimento che riguarda anche altri candidati, dai Balcani orientali al Caucaso: se la regola dell’unanimità resta intatta, l’allargamento si trasforma in una lunga trattativa di condizioni extra, spesso scollegate dal diritto europeo.

La Macedonia del Nord è uno dei pochi Paesi della regione che mantiene un sostegno stabile all’adesione europea, ma l’entusiasmo si sta sgretolando. I cittadini chiedono perché, dopo aver cambiato nome e costituzione, il Paese non sia ancora avanzato di un passo. Qual è il prossimo sacrificio? E quando finirà questo percorso di compromessi? Mickoski racconta un Paese deluso ma ancora convinto che il futuro sia nella famiglia europea. Il rischio, però, è la disaffezione: quando l’Europa appare lontana e incoerente, altri attori — Russia, Cina, Turchia — sono pronti a riempire il vuoto, promettendo investimenti senza chiedere riforme dolorose.

La questione macedone evidenzia una crisi più ampia dell’Unione Europea: la difficoltà di trasformare la propria politica di allargamento in uno strumento credibile, prevedibile e coerente. Se un Paese soddisfa i criteri, dovrebbe avanzare; se non li soddisfa, deve migliorare. Ma quando le decisioni vengono condizionate da controversie identitarie, risentimenti storici o dinamiche politiche nazionali, il processo perde trasparenza e legittimità. Lo stesso premier macedone lo dice con chiarezza: l’Unione non può chiedere concessioni unilaterali mentre ignora il trattamento della minoranza macedone in Bulgaria. La reciprocità, pilastro del diritto europeo, si dissolve.

Nonostante i ritardi e le umiliazioni percepite, Mickoski ribadisce che la Macedonia del Nord non intende abbandonare la prospettiva europea. Per un Paese piccolo, senza sbocchi al mare e collocato in una regione storicamente instabile, l’adesione all’Unione resta la garanzia di sicurezza, investimenti e modernizzazione. Anche frustrati, i cittadini e la classe politica di Skopje sanno che l’alternativa non sarebbe un’autonomia piena, ma un ritorno in un’area grigia geopolitica, esposta a pressioni esterne.

La storia della Macedonia del Nord è il caso emblematico di un’Unione Europea che proclama valori di equità e integrazione, ma che fatica ad applicarli. Se Bruxelles non troverà il modo di limitare l’uso politico dei veti e rendere il processo di adesione più lineare, rischia di perdere non solo la Macedonia del Nord, ma la credibilità stessa dell’allargamento. L’Europa continua a dire che i Balcani occidentali sono parte della sua identità strategica. Ma finché le decisioni saranno ostaggio delle sensibilità di singoli Stati membri, l’allargamento resterà una promessa sempre evocata e sempre rinviata.