
di Giuseppe Gagliano –
L’incontro di Parigi tra Emmanuel Macron e Volodymyr Zelensky non è stato soltanto l’ennesima manifestazione di solidarietà all’Ucraina. Dietro le dichiarazioni ufficiali, le decorazioni e le fotografie di gruppo si intravede un passaggio politico più ambizioso: trasformare la guerra ucraina nel motore di una nuova architettura militare europea, fondata sulla difesa contro i missili balistici, sull’integrazione delle industrie degli armamenti e sulla progressiva autonomia tecnologica del continente.
Zelensky ha definito «produttivo» il colloquio con Macron, sostenendo che le relazioni tra Francia e Ucraina hanno ormai raggiunto un livello strategico. Il presidente ucraino ha ringraziato il capo dell’Eliseo conferendogli l’Ordine della Libertà, ma il vero contenuto dell’incontro non è stato cerimoniale. Kiev chiede sistemi capaci di intercettare i missili russi e considera la protezione dello spazio aereo una condizione essenziale non soltanto per sopravvivere alla guerra, ma per costringere Mosca a negoziare.
Il ragionamento di Zelensky è lineare: se la Russia perde la capacità di usare i missili balistici come strumento di pressione politica e psicologica, viene privata di uno dei suoi principali vantaggi strategici. Il problema è che costruire uno scudo efficace richiede tempo, risorse economiche enormi e un livello di cooperazione militare europea che finora è esistito più nei comunicati che nella realtà.
Francia, Germania, Italia, Danimarca, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna, Svezia, Regno Unito e Ucraina hanno annunciato la nascita di una coalizione europea contro i missili balistici. Il progetto principale, denominato Freyja, dovrebbe affiancare i sistemi già esistenti, armonizzare i requisiti operativi, promuovere la ricerca comune e facilitare lo scambio di informazioni.
La formula adottata è volutamente prudente: la coalizione viene presentata come puramente difensiva e non diretta contro alcun popolo. Ma ogni sistema difensivo produce inevitabilmente conseguenze offensive. Se un Paese può neutralizzare una parte significativa dei missili avversari, aumenta la propria libertà d’azione militare e riduce l’efficacia della deterrenza nemica. Mosca leggerà quindi il progetto non come una semplice cintura protettiva, ma come un tentativo di modificare gli equilibri strategici europei.
Dal punto di vista militare, l’obiettivo è estremamente complesso. I missili balistici viaggiano a velocità elevate, seguono traiettorie difficili da intercettare e possono essere impiegati insieme a droni, missili da crociera e falsi bersagli per saturare le difese. Nessun sistema offre una protezione assoluta. La guerra in Ucraina ha dimostrato che anche le reti più moderne possono essere logorate dal consumo delle munizioni, dai costi degli intercettori e dalla capacità dell’avversario di lanciare attacchi combinati.
La vera questione non è quindi la creazione di uno scudo impenetrabile, che appartiene più alla propaganda che alla strategia, ma la costruzione di una difesa abbastanza robusta da ridurre i danni, proteggere le infrastrutture essenziali e mantenere operative le forze armate.
La coalizione antimissile apre anche un’enorme competizione economica. La difesa aerea è uno dei settori più costosi dell’industria militare: richiede radar, satelliti, reti di comando, calcolatori, missili intercettori e sistemi di sorveglianza permanente. Ogni lancio difensivo può costare molto più del drone o del missile che deve abbattere.
Francia e Italia dispongono già di capacità importanti attraverso i programmi europei di difesa aerea, mentre Germania e altri Paesi hanno acquistato o intendono acquistare sistemi statunitensi e israeliani. Dietro la retorica dell’autonomia europea si profila dunque uno scontro tra interessi industriali nazionali, tecnologie concorrenti e dipendenza dalle forniture americane.
Macron punta da tempo sulla sovranità militare europea. La guerra gli offre l’occasione per rilanciare questa linea, ma Parigi dovrà convincere Berlino, Varsavia e i Paesi del Nord che una soluzione europea può essere affidabile quanto quella statunitense. Non sarà semplice. Molti governi dell’Europa orientale considerano Washington l’unica garanzia concreta contro la Russia e temono che l’autonomia strategica francese nasconda soprattutto la volontà di assicurare commesse all’industria nazionale.
Per l’Italia, l’adesione può tradursi in opportunità industriali rilevanti, ma anche in nuovi impegni finanziari. La domanda fondamentale riguarda la provenienza delle risorse. Se i bilanci pubblici dovranno sostenere insieme riarmo, energia, assistenza sociale e ricostruzione dell’Ucraina, il rischio è che la sicurezza militare venga pagata con una crescente compressione della spesa civile.
La visita di Zelensky a Parigi coincide con un nuovo rimpasto politico a Kiev. Il presidente ucraino starebbe cercando un capo del governo capace di affrontare l’inverno, proteggere le infrastrutture energetiche, stabilizzare l’economia e gestire gli aiuti internazionali. La possibile scelta di Serhii Koretskyi, dirigente della società energetica statale Naftogaz, conferma che l’emergenza principale non è più soltanto militare.
L’Ucraina deve mantenere funzionanti elettricità, carburanti, trasporti e servizi pubblici mentre la guerra continua a divorare uomini e denaro. La riorganizzazione del governo risponde quindi alla necessità di centralizzare il potere e affidare la gestione economica a figure considerate tecnicamente affidabili. Ma rivela anche una crescente fragilità politica: Zelensky ha bisogno di mostrare efficienza agli alleati occidentali proprio mentre aumentano le difficoltà interne e la dipendenza finanziaria dall’estero.
Mentre a Parigi si parla di difesa europea, la guerra prosegue sul terreno e nelle infrastrutture. Gli attacchi ucraini contro le raffinerie russe stanno producendo effetti concreti. Vladimir Putin ha ammesso l’esistenza di problemi nel settore dei prodotti petroliferi, promettendo rappresaglie più potenti. La raffineria di Syzran, colpita dai droni, avrebbe interrotto le attività, aggravando le difficoltà nell’approvvigionamento di carburante.
Kiev cerca di colpire il punto debole dell’economia di guerra russa: la trasformazione e la distribuzione dei prodotti petroliferi. Mosca, tuttavia, conserva una capacità industriale e territoriale molto superiore e può rispondere intensificando gli attacchi contro le infrastrutture ucraine.
Il vertice di Parigi dimostra che l’Europa non considera più la guerra un’emergenza temporanea. Sta costruendo strumenti destinati a durare decenni. La coalizione antimissile non riguarda soltanto la difesa dell’Ucraina, ma la preparazione del continente a una lunga stagione di confronto con la Russia.
La domanda decisiva resta senza risposta: questo scudo servirà a creare le condizioni per una trattativa oppure renderà ancora più rigida la contrapposizione? La storia insegna che l’accumulo di difese può scoraggiare la guerra, ma può anche convincere ogni parte di poterla sostenere più a lungo. E mentre i governi parlano di sicurezza, l’Europa rischia di trasformarsi in un immenso cantiere militare, economicamente costoso, politicamente fragile e strategicamente sempre più dipendente da una guerra di cui nessuno riesce ancora a indicare la fine.











