di Giuseppe Gagliano –
Il colonnello Michael Randrianirina, comandante dell’unità militare d’élite CAPSAT, ha giurato ieri come nuovo presidente di Madagascar. Tre giorni prima aveva preso il potere con un’azione rapida, sostenuta da settimane di proteste popolari che chiedevano maggiore responsabilità politica. La cerimonia solenne presso la Corte costituzionale di Antananarivo è stata costruita con grande cura simbolica: abiti civili, partecipazione di delegazioni straniere e presenza dei leader del movimento giovanile Gen Z, per trasmettere l’immagine di un passaggio “istituzionale” e non di un colpo di Stato classico.
La realtà però,è più complessa. Randrianirina ha promesso elezioni entro 18-24 mesi, ha avviato consultazioni per la nomina di un primo ministro e si è impegnato a riformare profondamente le strutture amministrative e politiche del Paese. Ma l’intervento militare resta un atto di forza, giustificato con il collasso politico del regime dell’ex presidente Andry Rajoelina, fuggito all’estero dopo che le proteste avevano reso il suo potere insostenibile.
Le manifestazioni iniziate a settembre per la mancanza di elettricità e acqua avevano assunto un carattere politico sempre più radicale, guidate da Gen Z Mada, un movimento giovanile cresciuto in un contesto di profonda sfiducia verso le élite. La repressione governativa aveva causato almeno 22 morti e oltre 100 feriti. La decisione dell’unità CAPSAT di rifiutare gli ordini di aprire il fuoco sui manifestanti ha segnato un punto di rottura. Nel giro di 48 ore l’equilibrio politico è crollato: i militari si sono schierati con la piazza, e Rajoelina ha abbandonato il Paese a bordo di un aereo militare francese, volando verso Riunione e poi a Dubai.
Questa dinamica non è isolata. Negli ultimi anni diversi Stati africani, soprattutto ex colonie francesi, hanno vissuto scenari simili: Mali, Burkina Faso, Niger, Gabon e Guinea. In tutti questi casi, la crisi di legittimità dei governi civili, sommata a gravi difficoltà socioeconomiche e a forti movimenti di protesta, ha aperto la strada a un intervento militare presentato come “necessario” per ristabilire l’ordine e avviare nuove transizioni.
Il caso malgascio ha un significato strategico particolare. Il Madagascar, per la sua posizione geografica nell’Oceano Indiano e per le sue risorse naturali, è un nodo sensibile per le rotte commerciali e per gli equilibri tra Francia, Stati Uniti d’America, Unione Europea, Russia e altri attori globali. La presenza di delegazioni diplomatiche occidentali alla cerimonia di giuramento mostra che nessuno intende rompere con il nuovo regime, almeno non subito.
La Corte costituzionale del Madagascar ha rapidamente convalidato la successione, negando che si sia trattato di un colpo di Stato e attribuendo la crisi alla debolezza costituzionale stessa. Questo messaggio è stato utile per rassicurare i partner internazionali e allontanare lo spettro di sanzioni immediate.
Il Madagascar resta uno dei Paesi più poveri del mondo: circa l’80% dei 32 milioni di abitanti vive in condizioni di povertà, secondo la Banca Mondiale. Nonostante l’abbondanza di risorse naturali e una biodiversità straordinaria, la cattiva gestione, la corruzione e l’instabilità politica cronica hanno impedito uno sviluppo duraturo. Questo contesto ha favorito l’emergere di un malcontento diffuso, soprattutto tra le giovani generazioni, che non si riconoscono più nei vecchi sistemi di potere.
Randrianirina, nel suo primo discorso, ha promesso di rompere con il passato e di riformare radicalmente i sistemi amministrativi e politici. Tuttavia, promesse simili sono state fatte anche in altri Paesi africani dove le giunte militari, nel tempo, hanno mostrato difficoltà nel passare a governi civili stabili e democratici. La sostenibilità di questa transizione dipenderà dalla capacità di combinare riforme reali con una gestione efficace delle risorse economiche.
Il golpe malgascio s’inserisce in una tendenza regionale di progressiva erosione dell’influenza francese e di nuove competizioni geopolitiche nell’Africa francofona. Ogni transizione militare apre spazi di manovra a potenze alternative, soprattutto Russia e Cina, ma anche a nuovi attori regionali interessati alle risorse e alle posizioni strategiche.
La Unione Africana e la Comunità di sviluppo dell’Africa australe (SADC) hanno annunciato missioni di accertamento dei fatti, chiedendo il rispetto della democrazia costituzionale. Ma la loro capacità d’influenza resta limitata se non accompagnata da strumenti concreti per stabilizzare la situazione economica e sociale.
Il colpo di Stato “costituzionale” di Antananarivo evidenzia un paradosso africano: il malcontento popolare rovescia governi percepiti come corrotti o inefficaci, ma spesso consegna il potere a élite militari che promettono transizioni rapide e riforme, senza però garantire risultati duraturi.
La prossima fase dipenderà dalla capacità del nuovo governo di organizzare elezioni credibili, di mantenere l’unità nazionale e di evitare che l’intervento militare si trasformi in un regime permanente. L’Africa, ancora una volta, si trova a osservare una transizione che porta molte promesse e altrettanti rischi.




