dí Giuseppe Gagliano –

Il Mali affronta una svolta critica nella sua guerra, con attacchi coordinati che hanno colpito contemporaneamente la capitale Bamako e città strategiche come Kati, Gao, Sévaré, Mopti e Kidal. Le offensive, rivendicate dal gruppo jihadista JNIM e dal Fronte di Liberazione dell’Azawad, segnano un salto di qualità sia militare sia politico. Il governo ha dichiarato di aver respinto gli assalti, parlando di almeno sedici feriti, ma l’impatto simbolico resta elevato: la guerra è arrivata nel centro del potere.

Colpire Bamako e Kati significa dimostrare la vulnerabilità delle istituzioni e delle infrastrutture chiave, inclusi nodi militari e aeroportuali. Restano non confermate le notizie su un attacco alla residenza del ministro della Difesa e sulla possibile morte di Sadio Camara. L’assenza di comunicazioni ufficiali contribuisce a rafforzare l’incertezza, trasformando il vuoto informativo in un elemento della crisi.

La situazione più critica si registra a Kidal, città simbolo del Nord tuareg. Il Fronte di Liberazione dell’Azawad sostiene di averne preso il controllo, lasciando solo sacche di resistenza nella ex base ONU, dove sarebbero presenti forze maliane e unità russe dell’Africa Corps. Se confermata, la perdita di Kidal metterebbe in discussione la riconquista del 2023, presentata allora come prova della ritrovata sovranità dello Stato.

Il ruolo della Russia, subentrata alla presenza francese attraverso prima il gruppo Wagner e poi l’Africa Corps, mostra limiti evidenti. Nonostante il supporto militare, persistono debolezze strutturali dello Stato maliano, tra cui intelligence fragile, esercito diviso e scarsa legittimità politica. Fonti militari parlano anche della possibile perdita di un elicottero russo nei pressi di Gao, segnale che nemmeno il supporto esterno garantisce invulnerabilità.

Un elemento particolarmente preoccupante è la cooperazione operativa tra il Fronte di Liberazione dell’Azawad e il JNIM. Pur mantenendo obiettivi diversi, separatisti e jihadisti condividono l’interesse a indebolire Bamako e a dimostrare l’incapacità della giunta di controllare il territorio. Questa alleanza tattica potrebbe evolvere in una struttura più stabile di potere.

Sul piano economico, l’instabilità aggrava una situazione già fragile. Il Mali resta un crocevia di traffici e risorse, tra rotte commerciali, miniere e flussi migratori. L’avanzata dei gruppi armati aumenta i costi della sicurezza, ostacola gli investimenti e rafforza le economie illegali, soprattutto nelle regioni settentrionali e centrali.

Dal punto di vista militare, la simultaneità degli attacchi evidenzia un fallimento nella sicurezza e nella catena di comando. Anche se respinti, gli assalti dimostrano la capacità degli insorti di pianificare e colpire obiettivi sensibili, inclusa la capitale.

Nel contesto geopolitico, il Mali rappresenta oggi un caso emblematico del nuovo equilibrio nel Sahel: riduzione dell’influenza occidentale, aumento della presenza russa e crescita di jihadismo e separatismi. Tuttavia, questo riassetto non ha prodotto stabilità, ma una nuova fase di instabilità strutturale. La giunta militare guidata da Assimi Goïta mantiene il controllo formale del potere, ma fatica a esercitare un’autorità reale sul territorio.

Gli attacchi recenti dimostrano che il conflitto è entrato in una fase più pericolosa: non serve conquistare la capitale per indebolire lo Stato, basta dimostrarne la vulnerabilità.