di Giuseppe Gagliano –

Il Mali entra nella fase più critica degli ultimi anni, con la minaccia jihadista che per la prima volta si avvicina direttamente al cuore politico del Paese. L’annuncio del gruppo Jama’a Nusrat ul-Islam wa al-Muslimin di bloccare le vie di accesso a Bamako segna un salto di qualità nel conflitto: non solo un’operazione militare, ma un attacco simbolico alla credibilità dello Stato. Colpire la capitale significa insinuare che il governo non sia più in grado di garantire sicurezza nemmeno nel proprio centro nevralgico. L’apparizione televisiva del leader della giunta Assimi Goita, dopo giorni di silenzio, punta a ristabilire un’immagine di controllo, ma rivela al contrario la profondità della crisi. La necessità di rassicurare l’opinione pubblica evidenzia un potere sotto pressione, mentre cresce il dubbio sulla tenuta del sistema militare. Gli attacchi coordinati contro Kidal, Gao, Sevare e Kati mostrano una convergenza tattica tra jihadisti e separatisti tuareg, uniti dall’obiettivo di indebolire la giunta e i suoi alleati russi. Pur divisi da visioni politiche e religiose, i due fronti condividono l’interesse immediato a colpire Bamako. La perdita di Kidal rappresenta un duro colpo simbolico e strategico per il governo, dimostrando il fallimento nel ristabilire il controllo sul Nord. La giunta appare sempre più fragile anche sul piano militare. Le offensive simultanee costringono l’esercito a disperdere risorse e uomini, mentre la morte del ministro della Difesa Sadio Camara indebolisce la catena di comando e gli equilibri interni al potere. Le promesse alla base del regime, rottura con la Francia, recupero della sovranità e vittoria contro i gruppi armati grazie al sostegno russo, risultano oggi compromesse. Anche per Mosca la crisi maliana rappresenta un banco di prova decisivo. Dopo aver sostituito la presenza francese con l’Africa Corps, il Cremlino aveva promesso sicurezza e stabilità senza condizioni politiche. Ma l’avanzata dei gruppi armati e la perdita di terreno mettono in discussione l’intero modello russo nel Sahel, mentre la guerra in Ucraina limita risorse e capacità di intervento. Sul piano economico, l’eventuale blocco delle vie di accesso a Bamako rischia di strangolare il Paese. L’aumento dei prezzi, la scarsità di carburante e le difficoltà nei rifornimenti colpiscono una nazione già fragile e senza sbocchi sul mare. Il Mali resta un nodo strategico per risorse, traffici e rotte regionali, e la sua instabilità si riflette su tutta l’area saheliana, già segnata da colpi di Stato e crescente violenza. Il ritiro della Francia ha lasciato un vuoto che né la Russia né le autorità locali sono riuscite a colmare. L’Occidente osserva senza una strategia chiara, mentre la situazione sul terreno continua a deteriorarsi. La crisi del Mali conferma che senza uno Stato funzionante, capace di garantire sicurezza, servizi e inclusione, ogni intervento esterno resta inefficace. Bamako difficilmente cadrà nel breve periodo, ma il problema non è più la conquista della capitale. È la progressiva perdita di credibilità dello Stato. E in questo scenario, jihadisti e ribelli hanno già raggiunto un risultato cruciale: dimostrare che il nuovo equilibrio militare e filorusso del Sahel non è più solido di quello che ha sostituito.