
di Giuseppe Gagliano –
Il Mali entra in una fase critica della sua crisi: la guerra non è più confinata alle periferie, ma arriva alle porte della capitale Bamako, dove i gruppi jihadisti legati ad Al Qaeda stanno progressivamente restringendo lo spazio d’azione dello Stato.
I posti di blocco lungo le principali vie di accesso alla città rappresentano un segnale politico oltre che militare. Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, principale formazione jihadista del Sahel centrale, punta a indebolire il governo senza necessariamente conquistare la capitale, limitandone i movimenti, minacciando i rifornimenti e alimentando un clima di insicurezza che espone la fragilità del potere centrale.
La recente comunicazione degli insorti in lingua francese segna un salto di qualità nella strategia: il messaggio è rivolto direttamente alle istituzioni, alle élite e alla popolazione urbana, con l’obiettivo di accreditarsi come alternativa politica e non solo come forza armata.
La giunta militare, che aveva costruito la propria legittimità sulla promessa di ristabilire sicurezza e sovranità nazionale anche attraverso l’allontanamento della Francia e l’avvicinamento alla Russia, appare ora in difficoltà. Gli attacchi coordinati, la minaccia alla capitale e il rafforzamento dei gruppi armati nel Nord, anche in collaborazione con ribelli tuareg, mettono in discussione la capacità dello Stato di mantenere il controllo del territorio.
Decisivo è il dominio delle vie di comunicazione. In un Paese senza sbocco al mare, il controllo delle strade significa controllo economico e politico. I blocchi intorno a Bamako permettono agli insorti di raccogliere informazioni, imporre tributi e diffondere paura, mentre mostrano l’incapacità dello Stato di garantire sicurezza anche nelle aree strategiche.
Le conseguenze si riflettono immediatamente sull’economia. Il rallentamento dei trasporti rischia di provocare carenze di beni essenziali e aumento dei prezzi, alimentando tensioni sociali nella capitale. Inoltre, la minaccia alle rotte commerciali e alle aree minerarie, ricche di oro, litio e uranio, inserisce la crisi maliana in un contesto globale, con effetti sulle catene di approvvigionamento e sugli equilibri internazionali.
Dopo oltre un decennio di interventi militari stranieri, dalla Francia alle missioni ONU fino al recente supporto russo, il jihadismo non è stato sconfitto ma si è adattato, sfruttando le debolezze strutturali dello Stato. Il fenomeno si alimenta di marginalizzazione, conflitti locali, corruzione ed economie illegali, offrendo in alcune aree forme alternative di controllo e amministrazione.
La crisi si estende oltre i confini nazionali. Burkina Faso e Niger sono già coinvolti, mentre cresce la preoccupazione nei Paesi del Golfo di Guinea. Si delinea così un sistema di instabilità regionale in cui gruppi armati, traffici e reti jihadiste si muovono attraverso frontiere sempre più porose.
Parallelamente si intensifica la competizione internazionale: la Francia perde influenza, la Russia consolida la propria presenza, mentre Cina, Turchia e Stati Uniti cercano nuovi spazi in una regione strategica.
Nonostante l’espansione, i gruppi jihadisti affrontano anche rischi interni, tra difficoltà di gestione, rivalità e competizione con lo Stato Islamico nel Sahel, fattori che potrebbero aumentare ulteriormente il livello di violenza.











