di Giuseppe Gagliano –
Alle Nazioni Unite, il ministro degli Esteri algerino Ahmed Attaf ha respinto con toni durissimi le accuse del primo ministro del Mali Abdoulaye Maiga, che ha denunciato Algeri per l’abbattimento di un drone maliano avvenuto nella notte tra il 31 marzo e il 1°aprile vicino a Tinzaouaten, nell’area desertica di Kidal.
L’episodio ha innescato una crisi diplomatica tra i due Paesi: richiamo degli ambasciatori, chiusura degli spazi aerei e accuse reciproche di violare la sovranità nazionale. Il contenzioso ha ora raggiunto la Corte Internazionale di Giustizia, ma potrà procedere solo se l’Algeria accetterà la giurisdizione del tribunale, cosa che finora non ha fatto.
La frattura affonda le radici nella tormentata vicenda del Sahel. Nel 2015 l’Algeria era stata mediatrice dell’accordo di pace tra Bamako e i gruppi a maggioranza tuareg, volto a garantire maggiore autonomia locale e a reintegrare i combattenti in un esercito unificato.
Nel gennaio 2024 la giunta maliana ha annullato quell’intesa, accusando Algeri di “ostilità” e di complicità con i gruppi armati attivi nel Nord. I separatisti tuareg, sostenuti da milizie jihadiste legate ad Al-Qaeda e allo Stato Islamico, hanno ripreso le armi provocando una nuova ondata di violenze e il ritiro delle missioni internazionali.
Per il Mali l’abbattimento del drone è un atto deliberato per ostacolare le operazioni contro i ribelli. L’Algeria replica che il velivolo aveva violato il proprio spazio aereo ed era armato, dunque considerato una minaccia.
La vicenda riflette una più ampia sfida: l’Algeria vuole preservare la sua influenza sul Sahel e la propria sicurezza lungo un confine poroso; il Mali, oggi sempre più legato al sostegno militare russo, vede nell’ex mediatore di Algeri un rivale.
Il ricorso del Mali alla Corte dell’Aia pone il tema dei limiti alla sovranità aerea e delle regole d’ingaggio nelle zone di frontiera insicure. Ma la questione legale rischia di restare sospesa: senza il consenso algerino, il tribunale non potrà procedere.
Nel frattempo, la regione resta esposta a rischi di escalation: un nuovo incidente di frontiera potrebbe alimentare conflitti interstatali mentre le forze jihadiste approfittano del vuoto di sicurezza.
L’episodio del drone non è un caso isolato, ma l’ennesimo segnale di come il vuoto di governance, la competizione tra potenze regionali e il ritorno delle milizie jihadiste stiano minando la già fragile stabilità del Sahel.
Se Algeria e Mali non troveranno un terreno di intesa, la tensione rischia di neutralizzare qualsiasi sforzo di mediazione internazionale e di aggravare una crisi che da oltre un decennio devasta la regione, alimentando migrazioni e insicurezza lungo tutta la fascia saheliana.




