di Giuseppe Gagliano –
Il rapimento dell’imam sufista Thierno Amadou Hady Tall, guida della confraternita Tidjaniya, segna una svolta nel modus operandi dei gruppi jihadisti operanti nel Sahel. Il Mali, già da anni teatro di un conflitto endemico, si trova ad affrontare una nuova dimensione del terrorismo che questa volta punta a destabilizzare anche l’islam moderato.
Tall è stato sequestrato il 26 dicembre scorso a Nioro du Sahel, al confine con la Mauritania, dal Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani (GSIM), affiliato ad Al-Qaeda. La scelta del bersaglio non è casuale: Thierno Tall si era distinto per i suoi sermoni contro il reclutamento jihadista, rappresentando un punto di riferimento per il sufismo, un ramo pacifista e profondamente radicato nella spiritualità dell’Africa occidentale. La presunta morte dell’imam, annunciata dallo stesso GSIM, rappresenta un colpo non solo per le comunità religiose locali, ma anche per l’equilibrio politico e sociale del Mali.
Il sufismo, con la sua influenza morale e spirituale, è percepito dai jihadisti come un nemico interno. La distruzione dei mausolei di Timbuctù nel 2012 aveva già segnato un momento di rottura, ma il rapimento di Tall è emblematico di una nuova fase: colpire non solo le istituzioni governative, ma anche le voci capaci di contrastare l’estremismo.
L’obiettivo di questa azione è duplice. Da un lato, il GSIM vuole eliminare figure chiave che promuovono un islam pacifista e ostacolano il reclutamento. Dall’altro, lancia un messaggio al governo maliano, già sotto pressione per la sua incapacità di contenere la minaccia jihadista: nessuno è al sicuro, neppure chi cerca di ricucire il tessuto sociale.
Il Mali, negli ultimi anni, ha adottato una posizione sempre più isolata sul piano internazionale, con il deterioramento delle relazioni con la Francia e il crescente avvicinamento a Russia e Cina. Tuttavia, questa politica di transizione, guidata da una giunta militare, sembra aver aggravato l’instabilità interna. L’incapacità del regime di Bamako di proteggere le figure simboliche dell’islam moderato rischia di erodere ulteriormente il consenso interno e minare la fiducia nelle istituzioni.
A livello regionale, l’attacco al sufismo pone una questione cruciale: se il jihadismo decide di attaccare le fondamenta spirituali delle società locali, potrebbe generare una frattura ancora più profonda, con conseguenze imprevedibili per l’intero Sahel. Inoltre, l’espansione della narrazione jihadista colpisce direttamente il cuore di quelle comunità che rappresentano l’ultimo baluardo contro la radicalizzazione.
Il Mali continua a essere l’epicentro di una crisi che coinvolge attori locali e internazionali. Se il rapimento e l’assassinio di Tall segnano un cambio di passo nella strategia jihadista, il vero interrogativo rimane come il governo e la comunità internazionale possano rispondere a questa minaccia.
L’assenza di una strategia chiara e condivisa per affrontare il jihadismo, combinata con la frammentazione politica del Mali, rischia di prolungare un conflitto che, dal 2012, sembra destinato a non trovare soluzione. I gruppi jihadisti, dal canto loro, non solo guadagnano terreno, ma dimostrano di poter attaccare non solo con le armi, ma anche colpendo i simboli culturali e spirituali di un intero popolo.
In questa lotta asimmetrica, la resistenza delle comunità locali e delle confraternite sufi sarà cruciale, ma la domanda rimane: chi sosterrà queste voci moderate in un contesto sempre più polarizzato e violento?




