Mali. La caduta di Farabougou e il ritorno del jihad nel cuore del Sahel

di Giuseppe Gagliano –

La presa di Farabougou da parte del gruppo jihadista Jama’a Nusrat ul-Islam wa al-Muslimin (JNIM), affiliato ad al-Qaeda, rappresenta più di un episodio locale. Situata a 400 chilometri da Bamako, al centro della regione di Segou, la città ha un valore simbolico perché nel 2020 la giunta militare appena salita al potere aveva dichiarato di aver posto fine al blocco jihadista su quell’area. Cinque anni dopo, il jihad torna a dettare legge, rivelando la fragilità delle forze armate maliane.
L’esercito si è ritirato dal suo principale accampamento nella zona dopo l’attacco jihadista della scorsa settimana. Da allora non è tornato, lasciando campo libero ai combattenti del JNIM. Le autorità non hanno fornito un bilancio ufficiale, ma la fuga degli amministratori locali e l’imposizione della sharia ai residenti indicano un collasso completo della presenza statale. La popolazione, costretta ad accettare tasse, restrizioni religiose e sociali, si trova ora sotto il controllo di un potere alternativo che si legittima con la forza delle armi.
Il Sahel è diventato il nuovo epicentro del terrorismo globale: nel 2024, secondo il Global Terrorism Index, ha registrato il 51% dei morti legati ad attentati, un dato in crescita rispetto all’anno precedente. Significa che più della metà delle vittime mondiali di terrorismo si concentra in un’unica area. Mali, Burkina Faso e Niger, governati da giunte militari, hanno rotto con la Francia e i partner occidentali, scegliendo un avvicinamento alla Russia. Ma Mosca, pur fornendo armi e consiglieri, non appare in grado di stabilizzare la regione.
Il Mali non è solo una pedina della guerra al terrorismo, ma anche un attore delle nuove rotte economiche. A giugno, Bamako ha annunciato la creazione di una raffineria d’oro con la compagnia russa Yadran, segno della crescente interdipendenza con Mosca. L’oro, risorsa vitale per le casse maliane, rischia però di finire nel mirino dei jihadisti, che già in altre aree del Sahel hanno imposto tributi sulle miniere artigianali. Se il controllo di città come Farabougou diventerà stabile, i gruppi jihadisti potrebbero assicurarsi nuove entrate, rafforzando il legame fra terrorismo e criminalità organizzata.
Il fallimento delle giunte militari mina la loro pretesa di legittimità. Avevano giustificato i colpi di stato con la promessa di sicurezza, ma i jihadisti si stanno espandendo. Nel vuoto lasciato dalla Francia e dalla missione europea, la Russia non riesce a garantire stabilità. Anzi, la crescente militarizzazione favorisce l’isolamento internazionale di questi Paesi, rendendoli più vulnerabili alle pressioni economiche e più dipendenti da alleati esterni.
Il ritorno dei jihadisti a Farabougou è un campanello d’allarme: nonostante gli anni di guerra, le missioni straniere e i colpi di stato, il Sahel continua a sfuggire al controllo degli Stati nazionali. Ogni città conquistata diventa un laboratorio di potere parallelo, dove la legge della giungla si sostituisce a quella dello Stato. Il rischio è che la regione precipiti in un circolo vizioso: più insicurezza, più isolamento, più spazio per jihadisti e criminali.