Mali. Ricorso contro l’Algeria per il drone abbattuto

di Giuseppe Gagliano

Il ricorso presentato dal Mali alla Corte Internazionale di Giustizia contro l’Algeria segna l’ennesimo capitolo della tensione crescente tra i due Paesi confinanti. Al centro della disputa, l’abbattimento di un drone militare maliano lo scorso aprile: Bamako sostiene che si trovasse ancora nel proprio spazio aereo, mentre Algeri replica che il velivolo aveva violato i suoi confini. Una questione apparentemente tecnica che, in realtà, rivela un intreccio ben più profondo di diffidenza reciproca e di crisi politica.
Dopo l’incidente, Mali e Algeria hanno richiamato i rispettivi ambasciatori e chiuso lo spazio aereo, scivolando in una spirale di ostilità. Bamako accusa Algeri di collusione con gruppi terroristici attivi lungo il confine, un’accusa gravissima che ricalca il crollo della fiducia bilaterale. La decisione del Mali di rivolgersi alla Corte dell’Aja vuole avere un duplice effetto: delegittimare l’Algeria come attore mediatore regionale e internazionalizzare la crisi, cercando sostegno oltre i confini saheliani.
Il nodo vero resta l’accordo di Algeri del 2015, mediato proprio dal governo algerino, che avrebbe dovuto stabilizzare il Mali garantendo autonomia locale e integrazione dei combattenti tuareg nell’esercito statale. Nel 2024, la giunta di Bamako lo ha annullato, accusando Algeri di essere troppo vicina ai gruppi separatisti. Da allora, il fragile equilibrio costruito in anni di negoziati è crollato, aprendo la strada a un ritorno del conflitto. La rottura con l’Algeria segna dunque non solo una crisi bilaterale, ma anche il fallimento di un quadro regionale che aveva promesso stabilità al Sahel.
Dal punto di vista militare, il drone abbattuto non è che un simbolo. Il vero problema è che il Mali, governato da una giunta militare, ha bisogno di riaffermare la propria sovranità in un contesto in cui jihadisti, separatisti e milizie armate continuano a sfidare lo Stato. L’Algeria, dal canto suo, non intende tollerare sconfinamenti che possano minare la sicurezza delle sue frontiere meridionali. Dietro le accuse reciproche c’è dunque un calcolo strategico: il Mali cerca legittimità e forza contrattuale, l’Algeria rivendica il suo ruolo di potenza regionale capace di controllare il Sahel.
Il conflitto tra Mali e Algeria si inserisce in un quadro regionale devastato: dal 2012 insurrezioni jihadiste e separatismi hanno travolto il Mali, portando migliaia di morti e milioni di sfollati. La violenza si è estesa al Burkina Faso e al Niger, anch’essi colpiti da colpi di Stato militari. La Francia, con l’operazione Serval prima e Barkhane poi, ha tentato invano di stabilizzare l’area, finendo per ritirarsi sotto la pressione delle opinioni pubbliche locali e della crescente influenza di Russia e Cina. In questo contesto, il deterioramento dei rapporti tra Mali e Algeria rischia di aprire un nuovo fronte di instabilità, con ricadute pesanti sulla sicurezza regionale.
Il Sahel non è solo teatro di conflitti, ma anche area di grandi risorse naturali: uranio, oro, petrolio. Il controllo delle rotte commerciali e dei corridoi energetici è una posta in gioco nascosta. L’Algeria, primo esportatore di gas verso l’Europa, non vuole che un Mali instabile si trasformi in una minaccia ai suoi confini e ai suoi interessi economici. Bamako, invece, punta a ridurre la dipendenza storica da Algeri e a costruire nuove alleanze, anche sfruttando il crescente attivismo russo nella regione.
Il ricorso del Mali alla Corte Internazionale non è solo una questione di giustizia legale, ma un segnale di rottura strategica. La crisi con l’Algeria indebolisce ulteriormente il fragile equilibrio del Sahel e rischia di complicare gli sforzi internazionali per contenere l’espansione jihadista. Se il conflitto diplomatico dovesse trasformarsi in un confronto aperto, l’intera regione ne uscirebbe destabilizzata. Il Sahel, già epicentro di instabilità, potrebbe diventare il cuore di una nuova guerra regionale dalle conseguenze imprevedibili.