Marocco. Al via la “convergenza militare strutturale” con Israele

di Giuseppe Gagliano

La firma del piano di lavoro militare congiunto tra Israele e Marocco, a cinque anni dalla normalizzazione avvenuta nel quadro degli Accordi di Abramo, segna il passaggio definitivo dalla dimensione politica a quella strategico-operativa. Non si tratta più di cooperazione episodica o simbolica, ma di un’integrazione pianificata delle rispettive posture militari, con obiettivi condivisi e orizzonti pluriennali.
Il Comitato Militare Congiunto, riunitosi a Tel Aviv, rappresenta lo strumento attraverso cui Israele consolida una rete di partenariati di sicurezza oltre il Medio Oriente stretto, proiettando la propria influenza nel Nord Africa.
Per Israele, il Marocco rappresenta molto più di un partner periferico. Rabat è un attore cardine nel Maghreb, con una posizione geografica che controlla l’accesso occidentale al Mediterraneo e al Sahel. Integrare il Marocco nella propria architettura di sicurezza significa estendere la profondità strategica israeliana, creare nuove catene di cooperazione industriale e militare e rafforzare un fronte di Stati allineati, o quantomeno convergenti, su interessi di sicurezza.
La cooperazione non riguarda solo dottrina e addestramento, ma anche industria e produzione locale. L’apertura dello stabilimento di BlueBird Aero Systems a Benslimane, dedicato ai droni SpyX, rappresenta un salto di qualità: è la prima presenza produttiva israeliana nel settore difesa in Nord Africa. Qui la sicurezza diventa economia politica, trasferimento tecnologico e radicamento industriale.
Per Rabat, l’accordo con Israele risponde a esigenze precise. La prima è il rafforzamento delle capacità militari, in particolare nella difesa aerea e antimissile. L’attivazione del sistema Barak MX, sviluppato dalla Israel Aerospace Industries, fornisce al Marocco uno scudo multilivello contro droni, missili e minacce aeree, consolidando il controllo dello spazio aereo sulle regioni meridionali e sul Sahara.
La seconda esigenza è politica. La normalizzazione con Israele ha portato un dividendo strategico decisivo: il riconoscimento statunitense della sovranità marocchina sul Sahara occidentale. In questo senso, la cooperazione militare non è separabile dalla questione sahariana e dal confronto di lunga durata con il Fronte Polisario, sostenuto dall’Algeria. La difesa aerea, inclusa la capacità anti-drone, risponde direttamente a minacce asimmetriche già sperimentate sul terreno.
L’asse Israele–Marocco introduce un nuovo fattore di equilibrio nel Nord Africa. Rafforza Rabat nel confronto regionale e inserisce Israele come attore indiretto ma influente nel Maghreb. Questo spostamento ha conseguenze che vanno oltre il piano militare: tocca le dinamiche tra Marocco e Algeria, incide sui rapporti con l’Europa e contribuisce a marginalizzare ulteriormente la questione palestinese nello spazio diplomatico arabo, come osservato anche nel dibattito pubblico.
Il piano militare congiunto non è un episodio isolato, ma il risultato coerente di una strategia di lungo periodo. Israele consolida una rete di sicurezza estesa, il Marocco rafforza la propria posizione militare e politica, e gli Accordi di Abramo si confermano non come un’iniziativa diplomatica contingente, ma come un dispositivo geopolitico capace di produrre effetti strutturali. Nel frattempo, il Mediterraneo meridionale diventa uno dei nuovi laboratori della sicurezza regionale del XXI secolo.