Mauleón, ‘Ice, strumento di una legislazione repressiva’

“Ma concreto il pericolo che la fiducia dei cittadini nella polizia venga irrimediabilmente minata”.

di Gianluca Vivacqua –

C’è una proporzione che va di moda presso gli analisti e gli osservatori dopo i clamorosi e certamente vergognosi fatti di Minneapolis: l’Ice sta all’amministrazione trumpiana come la Gestapo al regime nazista. Qualcun altro scomoda anche il paragone con i pretoriani, dipendenti direttamente dal presidente come gli antichi soldati della guardia pretoria dipendevano direttamente dall’imperatore. Di certo la United States Immigration and Customs Enforcement non è una creazione di Trump, ma un’eredità dell’era Bush jr. Cos’è cambiato in peggio da allora nelle politiche Usa sull’immigrazione? E qual è stato il ruolo delle forze dell’ordine, ICE ovviamente compresa, in questa svolta securitario-repressiva? Ne parliamo col prof. Emmanuel Mauleón, docente di diritto costituzionale all’università del Minnesota. Mauleón, esperto del quarto emendamento (che nella Costituzione americana tutela dalle perquisizioni e dai sequestri arbitrari), studia il razzismo nella legislazione Usa e i modi con cui l’azione della polizia contribuisce a creare e a consolidare regimi autoritari.

– Professore, l’ICE è una polizia anti-immigrazione creata specificamente per scopi repressivi?
“L’ICE è stata creata come agenzia federale per far rispettare le leggi sull’immigrazione dopo l’11 settembre, alimentata da un clima nazionale di paranoia e paura nei confronti degli immigrati che cercavano di danneggiare la sicurezza interna. Definire questa come “specificamente repressiva” dipende da come si valuta la legittimità dell’operato dell’agenzia stessa. Certamente, quella che è la sua missione principale comporta che si attuino logiche di profilazione razziale, etnica e religiosa. Ma la questione più profonda è se l’applicazione di leggi sull’immigrazione, di per sé contorte, punitive e strutturate da gerarchie razziali ed etniche di lunga data, possa mai essere percepita come uniformemente neutrale o non repressiva. Nel mio lavoro parlo di continuità e rottura: l’architettura di base dell’applicazione delle leggi sull’immigrazione ha a lungo gestito la vita degli immigrati attraverso minacce, detenzioni ed espulsioni, eppure, poiché gli obiettivi cambiano e poiché la maggior parte dei cittadini di questo paese non si riconosce in coloro che vengono controllati, molti americani non percepiscono tale struttura come repressiva. Inquadrare le azioni dell’ICE come “entro i limiti della legge” crea una falsa dicotomia in cui la repressione è immaginata solo quando un agente in qualche modo eccede la legge, piuttosto che come un meccanismo insito nella legge stessa.
Ciò che fa percepire questo particolare momento come una rottura (almeno per un pubblico più ampio) è che gli agenti federali dell’Operazione Metro Surge a Minneapolis hanno ucciso a colpi d’arma da fuoco due cittadini statunitensi nelle ultime settimane: prima Renée Good e poi Alex Pretti, entrambi per mano di agenti dell’ICE o della Customs and Border Protection. Queste sparatorie hanno scatenato proteste a livello nazionale e un forte aumento del controllo pubblico sulle misure federali per l’immigrazione proprio perché persone che prima non avrebbero prestato attenzione vedono la violenza colpire persone che hanno l’aspetto e la voce di “noi”: americani bianchi, di classe media, di ceto medio. Non si tratta di violenza contro l’immagine perpetuamente impostaci di “invasore straniero di colore”. Si tratta di una discontinuità nella percezione pubblica, questo è il fatto nuovo: per il resto, le dinamiche di forza e le responsabilità sottostanti sono in linea con il modo in cui opera da tempo la polizia dell’immigrazione (e anche le proteste rientrano in un quadro piuttosto consueto)”
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– Gli eventi di Minneapolis suggeriscono che l’ICE goda di licenze speciali concessegli dallo stesso Trump?
“Non ci sono prove che all’ICE siano stati conferiti poteri legali segreti, di per sé. La cosa più vicina a questo è stata una nota trapelata all’interno del DHS (Dipartimento della sicurezza interna degli Stati Uniti d’America, ndr), che suggeriva che si stessero addestrando gli agenti dell’ICE a condurre perquisizioni domiciliari senza mandato, e senza essere tenuti a rispettare le tutele del Quarto Emendamento, purché avessero un mandato amministrativo. Un’indicazione che è stata uniformemente condannata dagli studiosi di diritto costituzionale, indipendentemente dal loro orientamento politico: questo è l’esempio più chiaro di un palese disprezzo per la legge espresso “segretamente”. Ma questa “dottrina” è stata concepita dal consulente legale del DHS, non dallo stesso Trump, sebbene il vicepresidente J.D. Vance abbia effettivamente approvato la nota durante un discorso a Minneapolis. Oltre a ciò, tuttavia, l’attuale amministrazione ha chiarito inequivocabilmente che un’aggressiva applicazione delle leggi sull’immigrazione è una priorità politica e che gli agenti federali saranno difesi piuttosto che frenati. Questo tipo di messaggio sembra aver funzionato come una licenza informale per andare oltre o contro i limiti della legge. Quando gli agenti sanno che la Casa Bianca considererà qualsiasi critica come contraria all’interesse pubblico e qualsiasi vittima come giustificata, i limiti pratici dell’uso accettabile della forza si espandono anche senza che una sola linea di legge cambi. I sostenitori pensano che questo sia una semplice applicazione di leggi precedentemente poco applicate. I critici invece vi vedono una pericolosa normalizzazione di un modus operandi marziale in contesti di vita civile (quartieri, strade, etc.)”.

– Quali potrebbero essere le conseguenze del crescente malcontento popolare nei confronti dell’ICE?
“Il malcontento potrebbe muoversi in diverse direzioni contemporaneamente. Potrebbe produrre alcune riforme standard: limiti più chiari all’uso della forza, implementazione di bodycam e priorità che rispondano alle reali preoccupazioni per la sicurezza pubblica risparmiando le dimostrazioni simboliche di durezza. Questo sembra essere il fulcro del tipo di negoziati che il Senato degli Stati Uniti sta conducendo in merito al finanziamento del DHS, e l’amministrazione sembra non avere un atteggiamento di chiusura – in effetti, il Segretario Noem ha già annunciato l’installazione di telecamere indossabili.
Ma potrebbe anche aggravare la polarizzazione, facendo sì che politica sull’immigrazione e applicazione delle leggi in materia diventino ancora di più il terreno di una guerra culturale permanente piuttosto che un fisiologico e costruttivo argomento di disaccordo. Quando le comunità iniziano a considerare gli agenti federali come una forza di occupazione piuttosto che come dipendenti pubblici, la cooperazione con la polizia, le scuole e i tribunali si erode e l’infrastruttura quotidiana di sicurezza si indebolisce. Il governo federale potrebbe rispondere alle critiche non con la riflessione, ma con l’escalation, trattando il dissenso come prova della necessità di ancora più forza, come sembra aver fatto nelle ultime settimane a Minneapolis, e arrivando persino a minacciare di schierare l’esercito, sebbene tale minaccia sembri essersi attenuata per il momento.
Infine, un recente sondaggio ha rilevato che due terzi degli americani hanno cambiato atteggiamento circa la volontà di sostenere le priorità dell’amministrazione in materia di immigrazione. Come in passato, quando si mostra al mondo l’applicazione della legge repressiva e la protesta contro di essa, spesso il risultato è una delegittimazione della violenza esercitata. È possibile che il governo federale abbia esagerato e che le spinte verso riforme più strutturali del DHS e dell’ICE possano prendere piede, anche se è difficile prevederlo, dato il nostro ambiente politico fratturato e profondamente polarizzato. Ciò che sembra evidente, tuttavia, è che Minneapolis e l’intero stato del Minnesota danno l’esempio del fatto che contrastare l’eccessivo intervento del governo potrebbe avere più successo di quanto altri abbiano creduto, e potrebbe esserci un reale cambiamento negli equilibri di potere”
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