di Giuseppe Gagliano –
Maia Sandu ha recentemente affermato che voterebbe per la riunificazione con la Romania se la questione arrivasse a referendum, la presidente moldava ha messo in fila due paure e una speranza. La paura di restare soli. La paura della Russia. La speranza di agganciarsi a un “corpo grande” capace di reggere urti che un Paese piccolo, da 2,4 milioni di abitanti, fatica sempre più a sopportare.
La Moldavia conosce bene la parola “confine”: tra il 1918 e il 1940 fu parte della Romania, poi venne inglobata nell’Unione Sovietica e infine, nel 1991, divenne indipendente. Oggi, stretta tra Romania e Ucraina, torna a vivere la stessa domanda con un lessico nuovo: sopravvivere come democrazia, restare sovrana, resistere alle pressioni russe. Sandu sa che l’idea dell’unificazione non è maggioritaria. I sondaggi indicano che circa due terzi dei moldavi sono contrari, mentre in Romania il favore è tradizionalmente più alto. Per questo la presidente separa il desiderio personale dalla linea politica: l’adesione all’Unione Europea, per Chisinau, è il traguardo “più realistico”.
Il punto è che l’Europa è già entrata nel dibattito interno: nel referendum del 2024 una maggioranza risicata, il 50,4%, ha sostenuto il percorso europeo; nello stesso ciclo elettorale Sandu è stata rieletta con circa il 55% battendo un candidato percepito come vicino a Mosca. Numeri stretti, che raccontano un Paese spaccato e quindi vulnerabile: basta poco per trasformare ogni voto in una battaglia sull’identità e sul futuro.
Per un Paese piccolo l’economia non è solo crescita o salari: è sicurezza nazionale. La Moldavia dipende dall’esterno per energia, mercati, investimenti e lavoro. Ogni crisi regionale si traduce in rincari, incertezza, emigrazione, fragilità sociale. E la fragilità sociale è il terreno ideale per la disinformazione e per la manipolazione politica.
In questo senso la riunificazione con la Romania, anche solo evocata, è un messaggio economico prima che identitario: significa promettere una rete più larga di infrastrutture, regole e protezioni; significa immaginare accesso più solido a capitali e catene produttive europee. Ma significa anche accettare costi: adeguamenti, tensioni interne, e la certezza di una reazione russa sul piano commerciale, energetico e informativo.
Il passaggio più concreto, però, non sta nelle parole di Sandu ma in una misura operativa: dalla mezzanotte del primo gennaio Ucraina e Moldavia hanno chiuso congiuntamente le vie residue di rifornimento verso la Transnistria, la regione separatista controllata da Mosca. Kiev ha sigillato circa 450 chilometri di confine con ispezioni complete e controlli di sicurezza su persone e merci; Chisinau ha rafforzato posti di blocco, pattuglie e controlli interni. Il risultato è un blocco totale ottenuto non con l’uso della forza, ma con dogane, ferrovie, strade e restrizioni dello spazio aereo.
Qui la strategia è chiara: ridurre la presenza russa senza offrire il pretesto di uno scontro diretto. Nella regione si stima siano presenti circa 1.500 militari russi: tagliarli fuori da carburante, equipaggiamenti e logistica non li sconfigge in un giorno, ma alza il costo politico e pratico della permanenza. Una guarnigione isolata pesa; e pesa ancora di più se, per rifornirla, bisogna esporsi, lasciare tracce, assumersi rischi.
Per decenni la Transnistria ha funzionato come “zona grigia”: non abbastanza guerra da mobilitare il mondo, non abbastanza pace da chiudere la partita. In quella zona grigia Mosca ha trovato una leva: pressione sull’avvicinamento europeo di Chisinau, capacità di disturbare le scelte politiche interne, presenza militare utile come simbolo e come minaccia latente.
Il blocco congiunto cambia la natura del problema: la regione diventa un’enclave controllata, dove ogni flusso è visibile e ogni supporto esterno diventa rischioso. È una forma di contenimento che assomiglia a una morsa: non “conquista”, ma logoramento. E, soprattutto, è un segnale agli alleati europei: la Moldavia prova a trasformare un conflitto congelato in un dossier gestibile con strumenti amministrativi e legali, cioè con il linguaggio dell’Europa.
La riunificazione è un’ipotesi che spaventa Mosca perché sposta il baricentro: significherebbe portare di fatto quel territorio dentro lo spazio politico di un Paese membro dell’Unione Europea e della Alleanza Atlantica. Anche solo parlarne rafforza l’idea che la Moldavia non voglia più restare cuscinetto.
Ma la geoeconomia conta quanto i simboli: controlli doganali, corridoi ferroviari, spazio aereo e regole di transito decidono chi commercia, chi investe, chi influenza. Se Chisinau chiude le scappatoie attorno alla Transnistria, indebolisce anche quelle reti interne che, nel tempo, hanno vissuto di ambiguità e appoggi transfrontalieri. E se rafforza il controllo sulle autonomie, manda un messaggio doppio: lo Stato si ricompone e lo spazio d’azione russo si restringe.
In fondo, la frase di Sandu serve a questo: alzare l’asticella del dibattito. Dire “io voterei sì” non significa che domani ci sarà un referendum. Significa che la Moldavia prova a cambiare posizione sulla scacchiera: meno periferia, più ancoraggio. Con un rischio calcolato: quando ti avvicini all’Europa, la Russia non guarda le intenzioni. Guarda i fatti. E risponde dove fa più male: economia, informazione, fragilità sociali.




