Moldavia. Via dalla CSI. Popsoi, ‘fine della membership moldava non solo nei fatti, ma anche nel diritto internazionale’

di Giuseppe Gagliano

La Moldavia ha deciso di chiudere formalmente un capitolo che, nella sostanza, era già archiviato. L’avvio del processo di ritiro dalla Comunità degli Stati Indipendenti non è un annuncio tattico né una presa di posizione estemporanea: è la trasformazione in atto giuridico di una scelta politica maturata negli ultimi anni. Come ha spiegato il ministro degli Esteri Mihai Popșoi, la denuncia dei tre accordi fondativi della CSI segnerà la fine della membership moldava non solo nei fatti, ma anche nel diritto internazionale.
Nata nel 1991 sulle macerie dell’Unione Sovietica, la Comunità degli Stati Indipendenti avrebbe dovuto rappresentare una cornice minima di cooperazione tra le nuove repubbliche indipendenti. Per Chişinău, però, quella cornice si è progressivamente rivelata inefficace e, in alcuni momenti, persino dannosa. Dal 2023 la Moldavia non partecipa più alle attività dell’organizzazione; oggi compie il passo finale, denunciando la Carta del 1993 e gli accordi istitutivi del 1991 firmati a Minsk.
La Moldavia ha firmato oltre duecento accordi nel perimetro CSI. Molti sono già stati denunciati, altri sono in fase di risoluzione. Il criterio dichiarato dal governo è pragmatico: restano in vigore solo gli accordi che producono benefici concreti per la popolazione e che non entrano in collisione con il percorso europeo del Paese. Non è una fuga disordinata, ma una bonifica selettiva di un’eredità giuridica considerata obsoleta.
Il processo è ormai avviato e, secondo Popșoi, l’approvazione finale dovrebbe arrivare entro metà febbraio. A quel punto, il Parlamento sancirà una realtà già consolidata: la Moldavia non si riconosce più nello spazio post-sovietico organizzato attorno a Mosca.
Il presidente del Parlamento, Igor Grosu, ha formulato l’accusa più pesante: l’appartenenza alla CSI non ha garantito né sicurezza né stabilità. Le forze russe restano in territorio moldavo, gli embarghi economici e i ricatti energetici non sono mai venuti meno, e l’organizzazione non ha impedito guerre e occupazioni illegali tra i suoi stessi membri.
L’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa ha avuto un effetto dirompente sul senso politico della CSI. Per Chişinău, quel conflitto ha dissolto ogni residua legittimità di una struttura che si definisce “comunità” ma non è stata in grado di prevenire, né di condannare efficacemente, l’aggressione di uno Stato fondatore contro un altro.
Dal fronte opposto, l’ex presidente e leader socialista Igor Dodon ha definito la scelta “inaccettabile”, leggendo il ritiro come un atto ideologico più che pragmatico. È una posizione che intercetta una parte dell’elettorato, ma che oggi appare minoritaria nel quadro istituzionale.
Secondo l’analista Vitalii Andrievschii, l’uscita dalla CSI non implica la rottura dei rapporti con gli altri Stati ex sovietici. Al contrario, apre la strada a relazioni bilaterali più flessibili e meno condizionate da un’organizzazione percepita come egemonizzata da Mosca.
Negli ultimi centocinquant’anni la Moldavia ha cambiato più volte cornice geopolitica: Impero russo, Grande Romania, Unione Sovietica. L’indipendenza non ha cancellato l’ambiguità strategica, ma l’ha resa più visibile. Oggi quella ambiguità viene sciolta in favore di un orientamento dichiaratamente europeo.
La presidente Maia Sandu, rieletta nel 2024, ha fatto dell’adesione all’Unione Europea l’asse portante della sua politica estera. La denuncia dell’aggressione russa all’Ucraina e le accuse al Cremlino di tentativi di destabilizzazione interna collocano Chişinău in modo netto nel campo occidentale. La sua recente apertura all’ipotesi di una riunificazione con la Romania aggiunge un elemento simbolico potente, mai espresso con tale chiarezza da un leader moldavo.
Il ritiro dalla CSI non è un gesto isolato, ma parte di una strategia coerente. La Moldavia sceglie di rinunciare a una membership percepita come vuota di garanzie e carica di vincoli politici, per rafforzare una traiettoria europea che richiede chiarezza, anche a costo di tensioni. È una scelta di campo, prima ancora che un atto amministrativo: la decisione di smettere di abitare una zona grigia e di accettare i rischi, ma anche le opportunità, di un allineamento definitivo.