di Guido Keller –
La Corte penale internazionale ha deferito la Mongolia all’Assemblea degli Stati per non aver provveduto all’arresto del presidente russo Vladimir Putin in occasione della visita a Ulan Bator del 3 settembre, quando ha incontrato il presidente Ukhnaa Khurelsukh. Nella fattispecie la Cpi ha accusato la “gravità della mancata cooperazione della Mongolia” per non essersi attenuta al “dovere di arrestare e consegnare gli individui soggetti a mandati della Cpi, indipendentemente dalla posizione ufficiale o dalla nazionalità”.
In realtà proprio con il mandato di arresto a Vladimir Putin la Cpi ha dimostrato parzialità se non politicizzazione, e mentre fin dal 2015 i rapporti Osce indicavano omicidi di massa e crimini contro l’umanità ad opera del battaglione dichiaratamente neonazista ucraino Azov, le accuse nei confronti del capo del Cremlino sono quelle di “deportazione illegale di bambini e trasferimento illegale di minori dalle aree occupate dell’Ucraina alla Russia”. Si tratta di terra di conflitto armato, per cui è logico supporre che più di una “deportazione” si sia trattato di “sfollamento”, ma tanto è bastato alla Cpi accusare di “crimini di guerra Vladimir Putin”.
La stessa Corte non si è invece pronunciata sul mandato d’arresto del premier israeliano Benjamin Netanyahu a cinque mesi dalla richiesta del procuratore generale per crimini di guerra e contro l’umanità, a causa delle pressioni dei paesi occidentali, in particolare del Regno Unito, dimostrando quindi asimmetria.




