di Giuseppe Gagliano –
Il Montenegro rilancia con decisione la sua corsa verso l’Unione Europea. Il premier Milojko Spajic, intervenendo al Forum sull’allargamento a Bruxelles, ha ribadito che per Podgorica non esiste alcun percorso alternativo: l’adesione piena all’UE è l’unico approdo possibile. Un messaggio chiaro, non solo ai partner europei, ma anche agli attori esterni che negli ultimi anni hanno cercato di condizionare la traiettoria montenegrina, dalla Russia alla Turchia.
Il Montenegro è il più avanzato tra i candidati all’adesione. Ha poco più di seicentomila abitanti, ma da tempo ha imboccato la strada delle riforme economiche e giudiziarie richieste da Bruxelles. L’ingresso ufficiale nell’Area Unica dei Pagamenti in Euro, avvenuto nell’ottobre 2025, ha segnato un passaggio significativo. Pur usando l’euro dal 2002, il Paese restava fuori dai circuiti europei dei pagamenti, con costi elevati e una struttura frammentata. Ora è pienamente integrato, e dal 2026 anche il roaming gratuito con l’UE contribuirà a consolidare un’infrastruttura economica che guarda esclusivamente all’Occidente.
Sul piano economico, il Montenegro punta a una maggiore integrazione nel mercato unico, alla chiusura dei capitoli negoziali entro il 2026 e alla creazione di un ambiente normativo stabile, capace di attrarre investimenti. Il turismo resta centrale, ma il governo intende diversificare, riducendo la dipendenza da capitali e visitatori provenienti da aree geopolitiche problematiche.
Il nodo più delicato riguarda l’allineamento alla politica europea sui visti per i cittadini russi. Bruxelles ha introdotto norme più rigide dopo una serie di attacchi ibridi attribuiti a Mosca, imponendo visti a ingresso singolo e controlli più stringenti. Il Montenegro, invece, consente ancora l’ingresso senza visto fino a trenta giorni, una condizione che ha favorito per anni l’afflusso di turisti e investimenti russi. Nel 2024 quasi un quinto dei pernottamenti nel Paese era legato a cittadini russi, un dato che testimonia l’impatto economico di questa presenza.
Spajic però ha annunciato che il Paese si allineerà presto alla normativa europea. Una scelta non solo tecnica, ma geopolitica: il Montenegro vuole dimostrare di condividere pienamente la Politica estera e di sicurezza comune, comprese le sanzioni contro la Russia. Eppure non è una decisione priva di costi. Alcuni settori turistici temono un calo ulteriore dei flussi, mentre i partiti più conservatori guardano con preoccupazione al deterioramento dei rapporti con Mosca.
La politica montenegrina si inserisce in un quadro di crescente tensione europea. Con il voto parlamentare del 12 novembre, Podgorica ha aderito alla nuova iniziativa della NATO per addestrare e supportare le forze ucraine. L’esercito montenegrino non opererà in Ucraina, ma solo in territorio alleato, un compromesso pensato per evitare escalation con la Russia. Non tutti nella maggioranza, però, hanno approvato. Il Partito Popolare Democratico ha avvertito che un coinvolgimento, anche indiretto, rischia di compromettere ulteriormente le relazioni con Mosca e di esporre il Paese a ripercussioni politiche o economiche.
Questa divisione interna riflette la fragilità della politica montenegrina, stretta tra l’esigenza di rafforzare la sua credibilità euroatlantica e la realtà di un passato in cui investimenti, turismo e legami culturali con la Russia erano radicati.
Il premier Spajic insiste sul fatto che l’adesione all’UE è l’unico percorso strategicamente sensato. Il Paese è geograficamente circondato da Stati membri e non può considerarsi neutrale in un’Europa segnata da una competizione crescente tra Occidente e potenze revisioniste. Ma per convincere i partner più scettici, il Montenegro dovrà rafforzare la sua diplomazia, superare i ritardi istituzionali interni e dimostrare stabilità politica.
La strada verso l’ingresso nel 2028 è ancora lunga, ma Podgorica ha fatto una scelta di campo: ancorarsi all’Europa, accettandone regole, costi e benefici, e relegando a un ruolo marginale quei legami che, in passato, l’avevano resa un ponte fragile tra Occidente e Russia.












