di Giuseppe Gagliano

Il Regno Unito ha deciso di abbandonare un sostegno finanziario potenziale da oltre un miliardo di dollari al megaprogetto di gas naturale guidato da TotalEnergies nel nord del Mozambico. Una scelta che Londra giustifica con un aumento dei rischi rispetto al 2020, ma che nei fatti rappresenta un segnale politico chiaro: in un contesto segnato da jihadismo, accuse di crimini di guerra e fragilità istituzionale, l’energia africana non è più un terreno neutrale per gli investimenti occidentali. Il voto parlamentare di Londra non è solo un passo indietro economico, ma un messaggio agli altri grandi attori finanziari, francesi compresi.

Il Nord del Mozambico era stato presentato come il nuovo Eldorado del gas africano. Giacimenti offshore giganteschi, 20 miliardi di dollari di investimenti, prospettive da primo esportatore africano entro il 2025. Ma tutto si è incrinato con l’offensiva jihadista del marzo 2021, quando Palma è caduta e circa 800 persone sono state uccise. Da allora, il progetto è rimasto sospeso, mentre centinaia di migliaia di civili sono stati sfollati in una regione già fragile sul piano sociale ed economico.

TotalEnergies ha revocato la forza maggiore lo scorso ottobre, dopo quattro anni di stop, annunciando l’intenzione di riprendere la produzione nel 2029. Ma intanto chiede a Maputo compensazioni per 4,5 miliardi di dollari e un’estensione decennale della concessione. Un braccio di ferro che rivela quanto complesso sia ridare slancio a un’impresa industriale che ormai dipende più dalla stabilità militare e politica che dalla geologia.

In Francia la giustizia ha aperto due procedimenti destinati a pesare come macigni sulla reputazione del progetto. Uno, per omicidio colposo, riguarda il mancato intervento per proteggere subappaltatori e personale durante l’assalto jihadista. L’altro, ben più grave, coinvolge accuse di complicità in crimini di guerra e torture inflitte da soldati mozambicani dispiegati per proteggere il sito.

Le testimonianze raccolte parlano di abusi sistematici: stupri, pestaggi, torture, uomini rinchiusi per mesi in container metallici sotto 30 gradi, morti per soffocamento, fame o sete. Solo l’intervento delle forze ruandesi ha interrotto un massacro che, se confermato, ridimensiona profondamente l’immagine del progetto come motore di sviluppo. TotalEnergies smentisce ogni conoscenza o coinvolgimento. Ma la pressione mediatica e giudiziaria cresce, e con essa i dubbi internazionali.

Il Regno Unito non è solo un partner finanziario. Il ritiro del suo sostegno è un colpo alla credibilità del progetto nella comunità dei finanziatori internazionali. L’annuncio mette in difficoltà Credit Agricole e Société Générale, che sono ora i protagonisti di un equilibrio sempre più delicato fra rischio finanziario, esposizione reputazionale e pressione delle ONG.

Per le organizzazioni ambientaliste e per i gruppi dei diritti umani, la decisione britannica è una vittoria: Cabo Delgado viene definita una “catastrofe umanitaria e ambientale”, difficile da sostenere per qualunque governo occidentale. L’aspetto reputazionale diventa centrale: nessun Paese vuole essere associato a progetti accusati di abusi mentre la propria opinione pubblica è sempre più sensibile a clima, diritti e responsabilità aziendali.

TotalEnergies punta ancora sul Mozambico. ENI e ExxonMobil hanno confermato l’intenzione di procedere con le loro iniziative, convinte che il potenziale del Paese sia troppo grande per essere abbandonato. Entro il 2040, secondo Deloitte, il Mozambico potrebbe contribuire al 20 per cento della produzione africana di gas e diventare uno dei dieci principali esportatori globali.

Ma il contesto rimane drammatico: dal 2017 l’insurrezione jihadista ha causato più di 6.300 morti. Il governo di Maputo ha dovuto chiedere aiuto al Ruanda e ad altri partner regionali. Una stabilità ancora fragile, che pesa su ogni decisione industriale e finanziaria.

Londra, nel suo ritiro, coglie un punto che molti fingono di ignorare: senza sicurezza garantita, nessun megaprogetto energetico può sopravvivere. E senza un sistema trasparente di responsabilità, la cooperazione economica internazionale si trasforma in un rischio politico.

Il caso mozambicano mostra come la geopolitica dell’energia stia cambiando. I Paesi africani cercano investimenti, ma anche rispetto e sicurezza per le popolazioni locali. Le grandi compagnie vogliono sviluppare progetti strategici, ma devono fare i conti con opinioni pubbliche più sensibili, governi più esposti e contesti militari incerti.

Il ritiro britannico apre un precedente: i megaprogetti non sono più giudicati solo per la loro redditività, ma per la loro compatibilità con stabilità, diritti umani e responsabilità internazionale. Una lezione che riguarda non solo TotalEnergies, ma l’intero sistema energetico globale.