Myanmar. Apertura di facciata e stretta militare: la giunta rafforza il controllo mentre l’ASEAN chiede segnali concreti

di Giuseppe Gagliano

Nel Myanmar stretto tra pressioni internazionali e guerra interna, ogni segnale di apertura si accompagna a nuove misure repressive. Mentre l’ASEAN sollecita la liberazione dei prigionieri politici, inclusa Aung San Suu Kyi, il presidente Min Aung Hlaing rafforza il controllo militare imponendo lo stato di emergenza in 60 comuni e concentrando poteri esecutivi e giudiziari ai vertici dell’esercito.
La richiesta dell’ASEAN è insieme umanitaria e strategica. Dal golpe del 2021, che ha riportato i militari al potere, il Myanmar rappresenta una crisi aperta per l’equilibrio regionale, tra repressione, conflitto armato e collasso economico. La recente amnistia per alcuni detenuti è stata accolta come un segnale positivo, ma resta insufficiente senza un gesto decisivo sulla figura simbolo dell’opposizione democratica.
Suu Kyi, 80 anni, premio Nobel e leader della Lega Nazionale per la Democrazia, resta detenuta con una condanna di 27 anni contestata dai suoi sostenitori. La sua eventuale liberazione avrebbe un forte impatto politico e diplomatico, ma rappresenta anche un rischio per la giunta, che teme la ricostruzione di un’alternativa politica attorno alla sua figura. Il silenzio dei media statali sull’argomento, nonostante contatti diplomatici regionali, conferma la cautela del regime.
Parallelamente, Min Aung Hlaing cerca di legittimarsi come presidente attraverso elezioni dominate da forze vicine ai militari. Tuttavia, l’esclusione dell’opposizione, la detenzione dei leader democratici e il controllo militare di vaste aree svuotano il processo elettorale di credibilità, trasformandolo in una legittimazione formale senza reale apertura politica.
Sul terreno, il Paese resta segnato da una guerra diffusa e frammentata. L’esercito mantiene superiorità militare, ma fatica a consolidare il controllo territoriale di fronte a milizie etniche, gruppi armati locali e forze di resistenza. Le nuove ordinanze di emergenza evidenziano proprio questa difficoltà e confermano una strategia basata sulla repressione più che sul dialogo.
A livello regionale, la crisi mette in difficoltà l’ASEAN, divisa tra il principio di non ingerenza e la necessità di contenere l’instabilità. Paesi come la Thailandia cercano una mediazione, mentre potenze come Cina e India osservano con pragmatismo, interessate soprattutto alla stabilità e alla tutela dei propri interessi strategici.
Nonostante le sue risorse naturali e la posizione geografica chiave, il Myanmar resta economicamente fragile, colpito da sanzioni, fuga di capitali e frammentazione interna. La giunta punta a una normalizzazione internazionale per attrarre investimenti, ma le continue misure repressive alimentano l’incertezza e scoraggiano i partner esteri.
La crisi birmana resta dunque sospesa tra due realtà opposte: da un lato l’immagine di normalizzazione che il regime cerca di proiettare, dall’altro un Paese segnato da conflitto, instabilità e repressione. Finché Aung San Suu Kyi resterà in carcere e la gestione militare continuerà a prevalere sul dialogo politico, ogni apertura apparirà tattica e la riconciliazione resterà lontana.